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5 aprile 2012

Rivoluzione Alma 33: dipartimenti dimezzati per 11 Scuole

Un po’ meno di un anno fa il latinista Ivano Dionigi si apprestava a ricoprire il suo nuovo ruolo di rettore, e già allora era consapevole che avrebbe avuto davanti a sé una delle svolte politicamente più incisive degli ultimi anni: “la modifica dello statuto universitario (in vigore dal 1993) partendo dall’abolizione del sistema elettorale vigente (definito arcaico)”.

Detto fatto, in dicembre fu approvato il nuovo Statuto d’ateneo in linea con le disposizioni richieste dalla riforma Gelmini. La nuova carta costituente dell’Alma Mater prevedeva, dunque, per la fine della primavera di quest’anno accademico la riduzione da 72 dipartimenti a 33, oltre che il passaggio da 23 facoltà all’istituzione di 11 Scuole che raggrupperanno, secondo criteri tecnico-tematici, i dipartimenti dimezzati. Ipse dixit: “Speriamo di cominciare a regime l’anno scolastico 2012-2013”.

In questo bouleversement gli entusiasti intravedono la “configurazione di nuove realtà, con progetti ambiziosi e articolati”. Ma non mancano critiche gravi a questo disegno politico ministeriale ben accolto dal rettore petroniano, molti docenti, infatti, dall’inizio hanno sostenuto che una modifica di tal genere “ridisegna un’università di stampo dirigistico e oligarchico, dove pagano di più i tecnici e amministrativi e precari.

Sul sito Docenti Preoccupati è stato formulato un argomento molto chiaro e che andrebbe preso in considerazione, cioè che “i risultati dell’operazione gestita dal Rettore Ivano Dionigi sono sotto gli occhi di tutti: a fronte di una legge di riforma non condivisa dalla grande maggioranza di chi vive all’interno del mondo universitario, si è giunti all’approvazione di uno Statuto che approfondisce il solco tra i vertici dell’Ateneo e la comunità accademica. Anziché attenuare l’impostazione fortemente aziendalistica e dirigistica della Legge Gelmini, sfruttando al meglio i margini di manovra che l’autonomia dell’istituzione universitaria rendeva disponibili, si è preferito inasprirne gli aspetti più controversi, consegnando il potere decisionale e l’effettiva governance dell’Ateneo ad una ristretta oligarchia di persone designate esplicitamente dal Rettore. Nel nuovo assetto voluto dalla Legge 240/10 sparisce il tradizionale bilanciamento di poteri e di prerogative tra Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione: si passa infatti da un sistema assimilabile ad un “bicameralismo simmetrico” ad un modello di governance più simile a quello di un regime oligarchico. All’Alma Mater Studiorum è stata applicata e declinata in tutti i luoghi di autogoverno dell’Ateneo una sola forma organizzativa, quella tipica dell’azienda mercantile”. Insomma: un uomo solo al comando.

Dionigi è diventato per tutti “l’uomo Gelmini”, ma egli si è sempre difeso argomentando che “quello portato a compimento un iter iniziato già nei primi mesi del 2010, prima quindi dell’approvazione della legge 240. Un processo complesso e partecipato, che ha coinvolto organi e strutture e che già prima dell’approvazione della legge aveva dato vita a 3 aggregazioni: Dicam (Dipartimento Ingegneria civile ambientale e dei materiali), Veterinaria, Filologia classica e italianistica. I nuovi dipartimenti rappresentano i nuclei vitali dell’Ateneo, punti nevralgici per la gestione delle risorse umane e finanziarie”, insomma rivendicando in qualche modo la paternità dello svecchiamento normativo.

Questo succedeva da ottobre a dicembre 2011, poi, in gennaio c’è stata la c.d. election week, ribattezzata fase dei “duelli per il nuovo potere” poiché si doveva scegliere chi avrebbe guidato le nuove strutture e individuare le cinque aree disciplinari, assi portanti delle università del polo bolognese, e votare tre rappresentanti per ciascuna.

E arriviamo ad oggi, come previsto dalla tabella di marcia, infatti, alla formazione del nuovo Senato accademico e alla conseguente costituzione del nuovo CdA è conseguita l’approvazione di una delibera ad hoc regolante il definitivo passaggio tra il vecchio e l’attuale stato burocratico e formativo, che Dionigi ha descritto in questi termini: “i presidi sono fondamentali per la formazione della didattica, quindi è importante convocarli insieme ai nuovi direttori e, dal punto di vista della strategia politica, questi ultimi saranno coinvolti da subito. Per l’ordinaria amministrazione, ancora per un periodo, ci saranno i vecchi vertici”.

Così i direttori diventereanno plenipotenziari dal 2013. “Ogni Scuola avrà una sede che potrà essere ovunque. Per adesso abbiamo solo stabilito che dove prima c’era una Facoltà ora ci sarà un vicepresidente. Abbiamo istituito solo un vicepresidente in più per Rimini che oltre a Economia avrà anche Farmacia, biotecnologie e Scienze motorie, perché abbiamo tenuto conto dei sette corsi di laurea e i circa 1.200 studenti che a Rimini fanno riferimento a quella Scuola” ha spiegato il rettore.

Nella mattinata del 3 aprile, il Senato accademico dell’Alma Mater di Bologna ha approvato all’unanimità il nuovo assetto previsto dallo Statuto (ovvero la costituzione delle future 11 Scuole) e nello stesso pomeriggio anche in Consiglio d’amministrazione, ma non all’unanimià (tre voti contrari: Gianni Porzi, rappresentante del Governo, piu’ i sindacalisti Antonella Zago e Francesco Lopriore, e due astenuti: Alessandra Maltoni e Mario Pontieri, anche loro rappresentanti dei lavoratori), è passato il via libera all’operazione di accorpamento (nuovo organigramma nei dettagli).

A ottobre le nuove Scuole, così come i 33 nuovi Dipartimenti, dovrebbero essere operative, ma le nuove indicazioni per gli studenti, anche ai fini dell’iscrizione ai corsi, saranno a partire dall’anno accademico 2013-2014. Il prossimo autunno, infatti, sarà decisa la nuova programmazione didattica proprio sulla base dei nuovi Dipartimenti e delle nuove Scuole, ai quali abbinare i 219 corsi di studio dell’Università di Bologna. Nel frattempo, a cavallo dell’estate saranno eletti gli 11 presidenti delle nuove strutture e in quella occasione si deciderà dove la Scuola avrà il suo nucleo, se sotto le Due torri o in Romagna” (da il Resto del Carlino on line del 03.04.2012).

È interessante vedere con che leggerezza d’animo si proceda tra tagli e riordini senza che sorgano dubbi o dibattiti allargati, ossia senza esigenze da parte degli organi apicali di sfruttare diversamente gli spazi che la riforma Gelmini lascia aperti all’autodeterminazione della formazione che ormai è scadente, al di là dei riassetti amministrativi.

C’eravamo già occupati di questa riflessione ed a quella sede rimandiamo perché si tratta di una elaborazione in corso, ancora necessaria, anzi diventata ancora più urgente, perché esclusa dal discorso pubblico ufficiale, quello istituzionale che fa i conti senza osti ed ostesse, ma che si arroga l’autorità di dover e saper (che è peggio) decidere per essi, la cui voce, invece, non manca di farsi sentire potentemente (articolo: Processo al Bologna Process).

Il lato più assurdo di tutto questo si coglie se si mettono in relazione a queste manovre le parole pronunciate pochi giorni fa da Romano Prodi; si è trattato di un invito caloroso in qualità di Presidente del Forum del Piano Strategico Metropolitano al suo avvio: “Non è possibile che perfino lo spostamento della facoltà di Lettere di 600 metri crei un problema. Mamma mia come costano le decisioni. Si creano problemi non tanto sui contenuti, ma proprio sulle localizzazioni. Ragazzi se è così non ce la facciamo mica. Bologna nel mondo è l’Università, non c’è niente da fare”.

Non ce la facciamo a fare che cosa? Dipende dai punti di vista, in Italia molti la pensano alla stessa maniera ma rispetto alle istituzioni che continuano su un proprio binario paternalistico senza nessuna relazione con la realtà.

A proposito di realtà e di frontiere, non potendo concludere con soddisfazione, preferiamo lasciarci per ora con parole dal fronte in cui studentesse e studenti possono ritrovarsi, riconoscendo la differenza tra rappresentazione consapevole e rappresentanza inadeguata all’esperienza ed alla competenza sviluppata da chi lavora, opera, studia nel mondo dell’istruzione pubblica: ecco le considerazioni della pensatrice Antonia De Vita nel testo “All’università: qualità sociale e vita associata” (cfr., in Università fertile. Una scommessa di vita, a cura di Anna Maria Piussi e Remei Arnaus, Rosemberg&Sellier, 2011) ..

.. In Italia c’è movimento. Nelle scuole, nelle università, nelle piazze: studenti, docenti, madri, maestre, professori, professoresse protestano e manifestano. A seguito dell’uscita di un decreto denominato “decreto Gelmini” che ha attuato i pesantissimi tagli a scuola e università e che ha attaccato frontalmente la dimensione pubblica dell’istruzione, è nato un movimento che coinvolge in particolare studenti e maestre della scuola primaria e moltissime famiglie oltre a precari e docenti dell’università. Questo movimento che ha preso origine dagli studenti e dalle studentesse universitarie e dalle maestre della scuola elementare dà una risposta di forte dissenso e protesta non solo alla logica aziendalistica dei tagli ma a quel disegno che colpisce al cuore chi produce civiltà. La legge Gelmini elimina infatti alcuni elementi di eccellenza della scuola primaria, di fatto toglie il futuro alla ricerca e all’istruzione pubblica di qualità di tutti gli ordini e i gradi. Questo movimento, come a gran voce dicono studenti e maestre, non è né di destra né di sinistra. È un movimento di politica elementare: quella politica che se non c’è ci toglie umanità, civiltà, motivazione, dignità .. viceversa, quando c’è, mostra e dà corpo a tutto ciò che di elementare ci tiene in vita essendo alla base di qualsiasi (ri)produzione.

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