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27 febbraio 2012

Processo al Bologna Process

Con Bologna Process si intende il progetto di riforma internazionale del sistema formativo superiore, che si proponeva di realizzare entro il 2010 lo Spazio europeo d’istruzione superiore. Il primo atto fu l’incontro di ventinove ministri dell’Istruzione europei che ha avuto luogo il 18 e il 19 giugno 1999 a Bologna, a seguito del quale fu sottoscritto un accordo, noto come Dichiarazione di Bologna.

Politicamente può dirsi che l’Italia, con Luigi Berlinguer al Ministero della Pubblica Istruzione, è stata il primo Paese europeo ad avviare, a partire dall’anno accademico 2000-2001, il nuovo assetto formativo. Cavallo di battaglia del Processo di Bologna è stata la promozione della riforma dei percorsi universitari con l’introduzione del cosiddetto 3+2 (laurea triennale/degree + laurea specialistica/master). In questo modo, si ritenne di operare per favorire la circolazione degli studenti in Europa e il riconoscimento dei titoli accademici.

In altri termini: da più di un decennio è in corso un progetto di riforma dall’alto delle università europee per adeguarle ai cambiamenti economici ed ideologici del mondo globalizzato. Non è questione di partiti, ma di competitività, perché nella produzione il mercato detta legge. E ormai, tutto è visto in relazione al mercato, anche istruzione, formazione e ricerca. I criteri sono dettati da paradigmi altrettanto “globali”, oggettivati, sdoganati al di fuori delle forme tradizionali della democrazia.

Le linee di gouvernance di questo progetto possono così riassumersi: favorire la crescita economica promuovendo un maggiore investimento nel capitale umano e nella innovazione produttiva, e allargare la base sociale della popolazione laureata. Sul versante dell’università gli strumenti sono stati: la definizione di due livelli indipendenti di titoli di studio, l’introduzione dei crediti formativi e l’organizzazione dei piani di studio in classi omogenee, articolati in contenuti definiti per la metà dal Ministero e lasciati per il resto alla autonomia universitaria.

Le critiche furono immediate. L’opposizione fu agita, più che da istanze partitiche ed istituzionali, da movimenti spontanei di studenti e di gran parte del corpo universitario: riflessioni e manifestazioni per l’Autoriforma della scuola.

In realtà, da subito, potevano prevedersi le derive di questo disegno politico: l’imposizione di un modello unico di aziendalizzazione e mercantilizzazione dell’università avviata a modulizzazioni degli insegnamenti; lo sviluppo della cultura della ipervalutazione; la quantificazione della qualità; la riduzione dell’insegnamento a somministrazione di nozioni professionalizzanti. Una perfetta catena di montaggio.

La proposta fondamentale che viene fatta è quella dell’università-azienda. Si sta tentando di ripensare la didattica e la valutazione secondo un sistema (debiti, crediti, incentivi, moduli) che nel linguaggio tradisce un’idea di università-azienda, in cui i docenti per ora si chiamano ancora docenti .., ma in cui studenti e studentesse sono già pensati come “utenti e clienti. All’università l’autonomia avrebbe potuto essere l’occasione per ripensare un grande molte cose.” (Letizia Bianchi, Quale scuola, quale università, quale società, in La bravura di ogni giorno, Atti del quarto incontro nazionale del Movimento di Autoriforma gentile della Scuola, Bologna 26-27 febbraio 2000)

Resistenze e ragionamenti che non hanno cessato di sottolineare i guasti irrimediabili che minano le fondamenta del rapporto di formazione e apprendimento, sintomi di un disegno politico ben più delicato: “Il problema vero è che il senso dell’insegnamento è cambiato, quindi i modi classificatori di valutare ormai diventano assolutamente inadatti: l’insegnamento infatti non è più trasmissione di nozioni da una cattedra verso un banco, ma diventa scambio, ha un senso relazionale. Quindi per me la questione è che nella scuola di oggi è diventata centrale la soggettività: quella di chi insegna e quella di chi impara.” (Vita Cosentino, Una storia di odinaria valutazione)

Molti sono stati gli spunti, tuttavia le istituzioni pubbliche, che hanno continuato, senza indugi e senza ascolto, ad attuare cioè che verrà definito “frutto di una riforma fallita”. Infatti, dopo anni di adeguamento burocratico al modello del 3+2, nel 2004 un decreto ministeriale, firmato Letizia Moratti, ha disposto una riorganizzazione accademica che è sostanzialmente iniziata nell’anno accademico 2008/2009 e che ha deciso di mantenere alcuni corsi di laurea con modulo spezzato in laura triennale e facoltativa laurea specialistica, e di convertirne altri – quelli che secondo il ministero hanno vocazione professionalizzante (giurisprudenza, ad esempio) – in moduli a ciclo unico (laurea magistrale quinquennale). Così quanti avevano iniziato da matricole il 3+2 si trovarono a decidere se “travasarsi” o meno in un nuovo piano di studi, costoso per i conti pubblici e che quindi comporta(va) tasse di iscrizione molto più alte.

Nel 2010, è stata poi promulgata dal Presidente della Repubblica la legge recante “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”. Queste modifiche confluiscono nella famosa Legge Gelmini a cui vanno sommati gli effetti della crisi economica che significa una raffica di tagli alla spesa pubblica. 

Solo una cosa è rimasta invariata in tutta questa confusione: il rifiuto di ragionare seriamente sulla costruzione di un metodo nuovo, rispettoso, inclusivo e a servizio della possibilità degli studenti e delle studentesse di sviluppare creatività e senso critico.

I giovani hanno davanti un futuro di precariato a vita, sono costretti come polli in batteria ad accumulare crediti, senza avere il tempo di pensare. Questo tempo se lo stanno prendendo ora per fare politica, la politica prima: il ddl Gelmini è solo un’occasione per dire la loro angoscia per un futuro di precarietà e per denunciare le molte cose che non vanno nell’università così come è attualmente, ma anche per difendere l’istruzione pubblica, statale, un loro sacrosanto diritto” (Wanda Tommasi, Le studentesse, in Autoriforma versus Bologna Process, nella rivista Via Dogana n° 96, marzo 2011). 

Proteste e rabbia sono però, purtroppo, sfociate nella violenza della manifestazione scesa in piazza a Roma il 14 dicembre 2010 (giorno della votazione sulla fiducia al governo Berlusconi). Però non è stata la violenza a vincere: c’è chi continua a credere nella politica prima e ad agirla. Con politica prima si intende quel relazionarsi pubblico fatto di confronto e mediazioni che nasce come desiderio di scambio vivo fra persone, quindi fra studenti e studentesse e docenti all’interno dell’università:

Ora che le assemblee oceaniche sono terminate, che le feste per raccogliere fondi sono rimandate, è arrivato il momento di riflettere un po’ su quanto accaduto. Tutto era scivolato in maniera anche molto semplice nella mia quotidianità, fino al corteo del 14 dicembre. L’essere una nella moltitudine, che in quei giorni non mi aveva disturbata, ha cessato di essere così naturale. Fino a quel momento il mio lasciarmi andare mi aveva fatto vivere con gioia e curiosità, con partecipazione noiose assemblee-fiume, turni di servizio d’ordine al gelo, ma quel giorno la mia volontà non ha aderito a quanto accadeva. Da quel giorno la mia riflessione si è incentrata su questo: violenza sì? La lotta è questo? Cosa me ne faccio delle istanze costruttive da momento che una giornata pare cancellarle di colpo? Molte e molti di noi (fortunatamente) si sono fermati dentro e fuori la facoltà per scambiare opinioni. Per me la vera questione non sta nel far ritirare il ddl Gelmini o altri modi di interlocuzione con il governo, ma nella creazione di altro da parte nostra: la cosa più interessante e più vera che penso sia accaduta è la sensazione di aver vissuto momenti di un’intensità tale dentro questa mobilitazione da non voler più “tornare indietro”. La questione è dunque arrivare a comprendere come ‘vivere politicamente’, fuori dalla violenza, sia l’essenziale guadagno di vita.” (Valeria Mercandino, studentessa alla facoltà di lettere e filosofia dell’ateneo RomaTre, cit. in Vivere politicamente)

Con inventiva e concretezza c’è chi ha proposto di “svuotare la Gelmini dal di dentro” incentivando esperienze di autoformazione all’interno degli atenei italiani “nel segno della contaminazione e dell’interdisciplinarità e della condivisione con le realtà presenti sul territorio. Ottime pratiche per un’università bene comune” (cit. Maria Rosaria Marella, docente all’università di Perugia)

Anche all’estero, con determinazione, sono valutate proposte per introdurre cambiamenti a livello di ateneo. Nel periodico dell’Università di Berna è stato pubblicato il confronto tra il Prorettore e una studentessa dell’organizzazione studentesca. Le proposte di Anne Leissing sono tante, pragmatiche ed efficaci, soprattutto l’impianto filosofico è solido e prezioso: contro pretese di percorsi veloci alla laurea, lei difende invece l’idea della libertà dei percorsi di studio secondo tempi appropriati a ciascuna/o, senza che il “ritardo” si trasformi in stigma sociale (“studiare con lentezza”). Allora, mentre da un lato propone investimenti maggiori in borse di studio (non prestiti d’onore!), dall’altro chiede con forza di tener conto della vita nella sua complessità, che è fatta anche per le persone giovani di impegni diversi, tra cui non secondario il prendersi cura di sé e di altri. Contro una visione efficientistica della società e della vita stessa, da lei dichiarata “pericolosa” (cfr. Anna Maria Piussi, Non solo in Italia).

La parola, ad oggi, torna proprio a Bologna, città universitaria da cui tutto è simbolicamente partito: è il Prorettore alla Ricerca dell’Alma Mater, Dario Braga, a prendere la parola scrivendo un articolo al Sole 24 Ore, lamentando slittamenti delle tempistiche di laurea: il 3+2 comporterebbe ritardi di quasi due anni in più sul percorso didattico stimato sufficiente. Problema che potrebbe essere risolto modificando la pianificazione delle sessioni previste per gli esami:

Non tutti i problemi sono qui, è vero. Ma il sistema delle tre sessioni di esame e di laurea genera “ritardi tecnici” perché – se pur è vero che molti riescono a stare al passo – sia i docenti sia gli studenti tendono a organizzare contenuti formativi ed esami di profitto su una base allargata generando frammentazione, aumento del numero di esami veri (non quelli nominali), esami trial-and-error, e dilatazione dei tempi di tesi. Forse è ora di guardare anche a questi aspetti del nostro sistema universitario. Immettere laureati e dottori più giovani nel mercato del lavoro può voler dire, anche se sembra strano di questi tempi, accrescerne la impiegabilità e la competitività.” (Dario BragaUniversità: se per i laureati «3+2» fa 6,5, in Il Sole 24 Ore on line del 13.02.2012, testo integrale)

Un intervento sulle scadenze burocratiche sarebbe di grande aiuto ed un’implementazione degli appelli per sostenere gli esami di grande sollievo. Tuttavia, ancora una volta, è evidente come nelle parole del Prorettore, quindi di un’istituzione dell’esecutivo d’ateneo, non venga preso in considerazione il senso più profondo  dello studio e dell’università che non è solo competizione e produzione, ma che dovrebbe essere piuttosto percorso di crescita di una cittadinanza con valori diversi dalla speculazione mercantilistica imperante ormai in ogni ambito dell’esistenza. Oltre ogni ideologia e con realismo, fiducia e speranza.

Puntare sui giovani non è solo questione di soldi e di interessi, ma di civiltà e non esiste civiltà senza cura; senza conoscenza .. senza conoscere avendo cura.

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