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5 Maggio 2012

Firenze, Bonn e Parigi: tre università per un dottorato in Studi Italiani

Dal 29 maggio al 1° giugno l’Università degli Studi di Firenze ospiterà il seminario del Dottorato di ricerca internazionale in Studi Italiani, dal tema Il mito nella letteratura e nella cultura italiana. A partecipare saranno l’Università fiorentina, coordinata dalla professoressa Adele Dei, la Rheinische Friedrich-Wilhelms Universität di Bonn, con la supervisione del professor Paul Geyer, e l’Université Paris-Sorbonne (Paris IV), con il professor Andrea Fabiano.

Tema importante nella sua audacia: l’influenza della forma letteraria del mito sulla produzione artistica dell’Occidente, per non parlare di quella italiana, è infatti quasi incalcolabile, tanto è maestosa.

Ma perché proprio il mito? A spiegarlo è Guido Bartorelli, docente di Storia dell’Arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Padova e da febbraio anche presso l’Alma Mater bolognese. La grande risorsa che il mito offre alla letteratura e all’arte non è solo il suo essere costituito per simboli, metafore e per allusioni, strumenti retorici essenziali per l’obiettivo che il mito si pone, ovvero svelare tramite le parole un mistero che a parole non potrebbe essere detto. Esso è anche una forma letteraria che non può riferirsi ad un autore preciso, infatti non possiamo dire “il mito di Glauco che ha inventato Ovidio”, ma “il mito di Glauco nella versione che Ovidio propone”, ed è quindi più propensa ai rimaneggiamenti, ai cambi di direzione, agli adattamenti storici e culturali rispetto a qualsiasi altra forma. Ecco perché è perfettamente possibile che nel 1996 Christa Wolf scriva un’opera come la sua Medea. Voci, e che Luigi Ontani nel 1974 impersoni Leda con il cigno. Ed ecco anche perché la prima giornata del seminario può aprirsi con la relazione di Riccardo Bruscagli, preside della facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze, dal titolo Il mito di Narciso nell’Innamoramento di Orlando” del Boiardo, e una delle ultime relazioni proposte in chiusura sia quella di Andrea Biasi sul Mito di Narciso ne “La meglio gioventù” di Pier Paolo Pasolini.

Un cerchio, un anello, che non collega solamente le interpretazioni letterarie dei miti, ma anche quelle pittoriche, musicali ed architettoniche: ed è così che Elisa Martini propone La caduta dei Giganti, un mito tra Pietro Aretino e Giulio Romano nella Mantova gonzaghesca, Céline Pruvost la sua Mitologia secondo Roland Barthes, alcuni esempi tratti da canzoni d’autore e François Livi presenta le Città morte, città moderne. I miti di Venezia e Bruges nella letteratura italiana tra fine Ottocento e inizio del Novecento.

E se qualche analisi appare irrinunciabile  in un dottorato che affronta tale tema, come ad esempio quella proposta da Winfried Wehle, Il mito di Venere nell’Umanesimo e nel Rinascimento, o da Rainer Zaiser, ovvero la Metamorfosi del mito delle Muse. L’ispirazione poetica nella letteratura epica dal Medioevo all’età barocca: Dante, Ariosto, Tasso, Marino, oppure quella di Davide Luglio, Mito e logos in Pier Paolo Pasolini, un’eredità letteraria italiana (per l’importanza del mito nell’opera pasoliniana, vi rimando a questo articolo), alcune sono davvero innovative: Frédérique Dubard analizza una diversa figura “mitica” con Machiavelli, Caterina Sforza e l’invenzione di un mito e Federico Pianzola presenta le Figure mitologiche nei racconti fantastici di Primo Levi, scrittore di cui forse non si conosce abbastanza questa sfaccettatura. Ma c’è anche chi il mito se lo è costruito da sé, e quindi ecco l’analisi del Vate di Marco Marchi, nel suo D’Annunzio mitografo e automitografo.

È presente online anche il volantino in pdf da scaricare con il programma completo del seminario.

È da apprezzare anche la scelta degli organizzatori di optare, per la pausa pranzo, per un buffet a base di  slow food: come a rimarcare, anche mentre si sta con la forchetta in mano tra un intervento e l’altro, che la letteratura, l’arte, i momenti intellettuali, devono godere di tempi dilatati, rallentati, che non sono più (forse) quelli della fast society degli anni duemila.

 

(ringrazio il dottor Carlo Fumagalli per la consulenza)

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