• Google+
  • Commenta
23 novembre 2011

“Pasolini e il mito”, la prima delle due conferenze bolognesi

Si è svolto ieri alla Cineteca bolognese il primo dei due incontri annuali dedicati a Pier Paolo Pasolini, a cura dell’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna.

Quest’anno è stato affrontato il rapporto tra “Pasolini e il mito” (questo il titolo dato al convegno), ma come hanno da subito messo in chiaro i relatori Pasolini si occupa della mitologia e del mito greco per arrivare ad altro, per esprimere altro: «Il mio Edipo non è altro che la proiezione in un tempo mitico della teoria freudiana. Invece Medea è basato sulla storia delle religioni, su Frazer, Lévi-Strauss, Lévy- Bruhl» spiegò infatti Pasolini all’epoca dell’uscita del film Medea (1969).

A condurre gli ascoltatori tra discussione e riflessione erano presenti Roberto Chiesi, critico cinematografico e curatore del Centro Studi “Archivio Pasolini” della Cineteca di Bologna, Marco Antonio Bazzocchi, professore di Letteratura Italiana Contemporanea alla Facoltà di Lettere di cui è Presidente dal 2007, Gian Luca Piccone, vincitore del Premio Pasolini 2010 per la sua Tesi di dottorato dal titolo “Poesia in forma di rosa di Pasolini: saggio di commento”, e Stefano Casi, giornalista professionista, curatore di opere teatrali e autore di libri su Pasolini.

Il professor Bazzocchi ha illustrato come nel pensiero pasoliniano sia la realtà a dare un senso al mito e non viceversa, come questo trovi suo naturale compimento nell’ambito visivo e quindi piena realizzazione nella complessità cinematografica. «La realtà è rappresentata attraverso una tecnica come il cinema per darle un senso nuovo» ha riassunto il professore. L’insistenza che Pasolini dedica alla morte nella sua letteratura di ispirazione mitica deriva dalla sua lettura dantesca della vita (riassumbile in: finché siamo vivi non abbiamo senso, solo nella morte possiamo trovare vero compimento) e del suo sentirsi diverso per l’amore per la vita che in lui passa attraverso la morte.

Il dottor Piccone ha invece spiegato come Pasolini si sentisse continuamente in bilico tra i due modi di intendere la vita e la storia che da sempre interessano la cultura occidentale: la ragione e la sua antitesi. «Sono stato razionale e irrazionale fino in fondo» dichiara ne “La religione del mio tempo”. Questo contrasto si accentua in Pasolini quando comincia a dedicarsi allo studio dei miti antichi: in particolare Sofocle, con la sua rappresentazione teatrale dell’ “Edipo Re”, in cui Edipo, a causa dell’uccisione del padre e del matrimonio con la madre, si viene a trovare talmente fuori dalle concezioni e dalle leggi del tempo che l’unico modo di espiare lo trova nell’autopunizione: si trafigge gli occhi con degli spilloni, costringendosi a vagare senza meta.
Anche Pasolini si sente estraneo: sono gli anni Sessanta, ormai ha quarant’anni eppure ancora non è marito, non è padre, si trova in un limbo, al di fuori della razionalità sociale del tempo, sono anche gli anni della persecuzione giudiziaria.
Traducendo l’ “Orestiade”, Pasolini fa il suo incontro con le Erinni: divinità che simboleggiano l’irrazionale contro cui si erge la razionalità dell’eroe. Pochi anni dopo, il suo pensiero si è già evoluto: non più contrapposizione ma conciliazione, le Erinni possono sopravvivere trasformandosi in entità benigne lasciando intatto il loro cuore.

Stefano Casi ha scelto invece di analizzare un’opera teatrale, “Nel ’46!”. Perché il teatro? Perché è il luogo dove il metafisico può diventare fisico, il mito farsi immanenza, il sogno realtà, dove la razionalità dell’enunciazione si oppone all’irrazionalità della comparsa delle figure.
Il protagonista dell’opera, Giuseppe, si trova trascinato in un sogno vorticoso in cui si ergono Eros e Coscienza, ieratici come le statue degli dei greci, pronti a giudicarlo. Pervadono l’opera la ricerca della memoria di sé e l’assenza della memoria dei sogni, che portano ad un’ulteroriore scissione dell’io, già diviso tra la borghese apparenza e le pulsioni erotiche notturne.

Evento gemello, quest’anno riguardante la categoria del sacro nelle opere pasoliniane, si è tenuto a Casarsa delle Delizie (PN) dove ha sede il Centro Studi Pier Paolo Pasolini; una rappresentante di questo centro è intervenuta per proporre un parallelo tra le due conferenze: il sacro, analizzato dal punto di vista dell’antropologia, come vitalmente perturbante, è ritrovabile, esattamente come l’irrazionale, nel corpo, nella sessualità e nella parte fisica della parola poetica.

Durante la serata sono stati proiettati al Cinema Lumière i film “Edipo Re” di Pasolini (Italia/1967) e “Corpo Celeste” di Alice Rohrwacher, vincitore del Premio Pasolini 2011, che è stato consegnato nella serata ad Yle Vianello, attrice protagonista.

Francesca Corno

Google+
© Riproduzione Riservata