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12 Maggio 2012

L’educazione cinese

Da tutte le parti e sempre più spesso si nota una particolarità, molti di coloro che non si reputano razzisti provano comunque fastidio o timore nei confronti della popolazione cinese; frasi come: “i cinesi ci mangeranno vivi” o “lavorare come un cinese” sono spesso ripetute con malcelato disprezzo prendendo le distanze nei confronti di una popolazione ritenuta come l’immeritata detentrice del potere economico e decisionale mondiale. Questo per una tendenza radicata fin dagli antichi greci nel carattere occidentale, la consapevolezza di essere superiori a qualunque altra “barbara” etnia e destinati a regnare sul globo per una doverosa necessità della Storia; eppure basta dare uno sguardo ad alcuni dati e storie contemporanee per rendersi conto di come il declino occidentale sia in fondo una tappa dovuta a noi stessi.

Sappiamo che la Cina è il paese più popoloso e dove si concentra la quasi totalità dell’industria mondiale, questo per ragioni sociali ed economiche che richiederebbero più spazio per essere doverosamente indagate; ciò che invece preme di comprendere sono i ferrei meccanismi di selezione che avvengono nelle dinamiche scolastico/educative. Partendo dall’idea cardine che in Cina “l’interesse della collettività prevale sempre su quello dell’individuo” possiamo già cominciare a intravedere un concetto di Stato diametralmente opposto al nostro. Piccolo esempio sportivo: Wang Feng e Ho Cheng sono due tuffatori specializzati nel tuffo sincronizzato, il secondo diviene con il continuo allenamento talmente forte che il primo non riesce a accordare i propri movimenti con il compagno; soluzione, il più forte viene escluso dalla coppia e a Wang Feng viene affiancato il più debole Quin Kai, alle olimpiadi di Melbourne la coppia vince la medaglia d’oro.

Passiamo al ciò che ci interessa, la selezione scolastica; a giugno in Cina si svolge il Gaokao, un esame di ammissione fondamentale per la futura esistenza di ogni ragazza e ragazzo desideroso di studiare ed aprirsi una via professionale soddisfacente; questo esame cardine si divide in due indirizzi, quello umanistico e quello scientifico, nel primo si avranno domande su storia, arte e letteratura mentre il secondo verterà su fisica, chimica e biologia; obbligatorie per entrambi gli saranno questioni di matematica, cinese e inglese. Sono più o meno dieci milioni i candidati che, ognuno nel proprio comune di residenza, tentano in questo giorno di strapparsi a un futuro di mero commercio ortofrutticolo o tessile ed aspirare a diventare uno dei magnifici “semidei” della Classe Dirigente.

Di questi i primi duecentomila classificati al Gaokao saranno ammessi nelle università d’elité a Pechino o nelle altre grandi aree industrializzate, due milioni confluiranno nelle università normali, due milioni e mezzo in para-università molto simili a licei mentre la restante massa composta da più di cinque milioni dovrà tornarsene a casa portandosi a casa il macigno di un fallimento tanto amaro quanto vergognoso (se volete approfondire come i genitori cinesi tentino di evitare quest’onta insostenibile con metodi che vanno dal far ingurgitare  alla figlia quantità sbalorditive di cervella di maiale, l’equivalente cinese del nostro pesce per lo sviluppo delle qualità intellettuali, al salmodiare preghiere per la buona riuscita del test la domenica in chiesa e in settimana sull’altare del Buddha, leggetevi l’articolo di Shi Jing http://www.chinadaily.com.cn/china/2010-06/07/content_9941309.htm).

Così in un giorno si decide la suddivisione fra i meritevoli e gli altri, con i primi che andranno a prendere posto nei banchi di alcune delle prime università al mondo consapevoli di aver vinto più che un terno al lotto; senza contare il percorso per arrivare al Gaokao non è certo privo d’insidie, soltanto un bambino su dieci riesce ad essere promosso in tutte le classi che precedono il grande esame. Non basta, alcune università cinesi, sudcoreane e giapponesi hanno creato corsi solo in inglese per fare concorrenza alle università americane, le quali sono state costrette a loro volta a introdurre delle quote per permettere agli studenti americani di non cedere il posto ai più preparati studenti asiatici.

Questo perché? Perché, secondo il Wall Street Journal, i giovani americani sono per la prima volta nella storia più ignoranti dei loro genitori; perché la Cina spende il 4% del suo Pil per l’università mentre gli Stati Uniti il 2,7% e l’Europa l’1.1%; perché ogni anno il 60% dei cinesi legge almeno un libro l’anno mentre in Italia quasi il 70% tra imprenditori, commercianti, professionisti non ne legge nessuno e, per quanto stupefacente (?), da un indagine del CEDE emerge come due milioni di adulti italiani siano completamente analfabeti, quindici milioni semianalfabeti e altri quindici milioni a rischio di diventarlo.

E’ dunque il caso di riflettere sulle altre culture o sarebbe meglio tornare a concentrarsi sulla nostra?

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