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12 maggio 2012

Redditi online per misurare il valore della laurea?

Che tra le università e le imprese non ci sia una grande collaborazione è cosa risaputa, e infatti il problema viene riproposto a scadenze quasi fisse da persone diverse: a volte un parlamentare, a volte un ministro, a volte il capo del governo, e così via, di solito senza sortire effetti pratici degni di nota.

Stavolta è toccato al ministro del Lavoro Elsa Fornero sollevare la questione: nel corso di un convegno svoltosi a Torino qualche giorno fa, la Fornero si è prodotta in una requisitoria sia contro gli studenti italiani, che a suo dire non conoscono né le lingue (italiano compreso) né i rudimenti della matematica, che contro l’università, il cui atteggiamento nei confronti delle imprese è stato definito dal ministro “snob”.

Troppo poco si è affrontato il confronto con le aziende per migliorare la corrispondenza tra domanda e offerta”: queste le parole esatte pronunciate dalla Fornero. Questa affermazione, che contiene indubbiamente un fondo di verità, è però valsa al governo le critiche del “Corriere della Sera”: in un articolo firmato da Federico Fubini, esperto di economia e di questioni europee, il quotidiano di via Solferino bacchetta l’esecutivo per non aver ancora abolito il valore legale del titolo di studio, cioè per non aver ancora preso un provvedimento che aiuterebbe a risolvere la questione della scarsa collaborazione tra atenei e imprese, in quanto costringerebbe, a giudizio dell’autore, le università ad impegnarsi maggiormente per  attrarre più studenti in base alla qualità ed all’utilità dei corsi di studio proposti.

Nel suo articolo Fubini si spinge anche oltre, e propone al governo di approntare una riforma con la quale obbligare non solo gli atenei ma anche le singole facoltà a pubblicare online i redditi degli ex studenti a distanza di due e cinque anni dal conseguimento della laurea: così facendo si darebbe modo a chi deve iscriversi all’università di farsi preventivamente un’idea sul valore e sull’utilità di un determinato corso di studi, e si potrebbero anche “potare” tutte quelle facoltà dai nomi improbabili e di nessun valore formativo che periodicamente vengono additate come esempio di sprechi da eliminare ma che di fatto non vengono mai toccate.

La proposta del “Corriere” non è priva di interesse, tanto che l’Università Bocconi e Almalaurea già stanno mettendo in pratica, seppure solo parzialmente, i suggerimenti del quotidiano milanese. Tuttavia è lecito chiedersi se davvero soluzioni drastiche come l’abolizione del valore legale del titolo di studio e la pubblicazione online dei redditi e della posizione professionale degli ex studenti siano davvero la panacea di tutti i mali. L’abolizione del valore legale è un provvedimento che presenta luci ed ombre, perché potrebbe portare alla creazione di poli d’eccellenza costosissimi e quindi ad avere da un lato un’università ottima ma riservata ai più ricchi e dall’altro una serie di atenei più economici ma di qualità scadente, mentre l’idea di pubblicare i redditi andrebbe precisata meglio per valutarne l’efficacia: a titolo d’esempio, è chiaro che un laureato in Economia che diventa commercialista prende molti più soldi di un laureato in Lettere che va ad insegnare alle superiori, ma questo significa allora che Lettere è una facoltà inutile che va eliminata? L’esempio è volutamente paradossale, ma serve a far capire quale sia il rischio insito in proposte come quella avanzata dal “Corriere”: siamo proprio sicuri che il valore di una facoltà o di un ateneo si possa stabilire con un semplice calcolo matematico?

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