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10 Maggio 2012

Uccidersi di crisi: la strage silenziosa

Morti di sonno. Morti di fame. Morti di crisi.

Il vocabolario dei modi di dire si arricchisce in questi giorni di una nuova, funesta definizione.

I dati dell’ultimo rapporto Eures (Il suicidio in Italia al tempo della crisi) confermano l’agghiacciante trend dell’ultimo periodo: una media di 2 suicidi al giorno “per motivi economici”.

Per un incremento complessivo del 20%.

C’è chi è pieno di debiti e non riesce a pagare i dipendenti, chi non “becca” lo stipendio da una vita, chi cerca di liberarsi dalla stretta assassina della burocrazia, chi implora crediti alle banche (suppliche puntualmente respinte), chi non riesce a riscuotere i propri crediti.

Un esercito silenzioso e disperato: artigiani, commercianti, operai, piccoli, medi e grandi imprenditori. E disoccupati, la grande forza anonima e vilipesa di un paese dove sempre più spesso i disoccupati hanno i capelli bianchi e se non ce li hanno, li faranno.

Sempre che non arrivi la sospirata svolta salva-Italia! Che tanto la speranza non costa niente.

Eccola, dunque, la famosa spina dorsale del paese! Quella santificata dai politici, glorificata dai media, benedetta dai banchieri. Specie da quelli che bazzicano dalle parti del Quirinale.

Quella maggioranza silenziosa che sgobba senza un lamento, che incassa rincari, tagli, riforme senza un lamento, che crepa…senza un lamento.

Una contabilità nefasta. Una lista interminabile, che gronda sangue da ogni angolo.

Solo qualche giorno fa nel Salernitano si sono tolti la vita due uomini.

Il primo è il 49enne Generoso Armenante,ex custode presso un’azienda di cash&carry, trovato impiccato in un capannone industriale alla periferia di Salerno.

Disoccupato da circa un anno e mezzo, Generoso viveva ancora nello stabile fornitogli dai suoi ex datori di lavoro, insieme alla sua famiglia. Non riusciva a pagare le bollette. Sperava di essere riassunto dalla nuova proprietà, ma col tempo aveva deposto anche questa residua illusione.

L’ultima goccia (quella fatale) sarebbe stata, però, la notizia dello sfratto, previsto entro il mese di giugno.

Un bigliettino di scuse. Parole pesanti come la croce che non è più riuscito a trascinarsi dietro: “Chiedo perdono a tutti… Visto che sono un fallito ho deciso di farla finita. Senza lavoro non posso vivere”.

A scoprire il cadavere dell’uomo, la figlia 19enne.
Il secondo, invece, è Angelo Coppola, operaio edile, disoccupato a 64. Si è tolto la vita a San Valentino Torio (Sa). Una fucilata al petto.

Le sue ultime parole sono state: “Senza lavoro non si può vivere”. Ai piedi del cadavere la foto della figlia morta appena due anni prima. Sposato, tre figli, prima di farla finita ha fatto il giro del paese, un ultimo saluto agli amici. Poi il buio.

La terza vittima della crisi a Cesate (Mi). Si chiamava Luigi Fenzi, 60 anni, titolare della Essetitre, una delle migliaia di aziende nostrane messe in ginocchio dalla crisi, impegnata nel settore delle telecomunicazioni.

Non sapeva più come pagare i suoi dipendenti. Perciò la mattina di due giorni fa, si è recato nei boschi del parco delle Groane e ha chiamato il 112, avvertendo i carabinieri di Rho che aveva appena incrociato un suicida all’interno del parco. Quel suicida era lui.

Solo più tardi gli inquirenti hanno accertato che la chiamata era partita proprio dal cellulare di Luigi.

Anche qui l’ennesimo bigliettino/testamento: chiedeva più lavoro, Luigi, e più dignità. Per sé e per i suoi dipendenti. Ma nessuno ha risposto.

Forse perché da quell’orecchio l’Italia che comanda non ci sente bene…

Eccole, quindi, le facce della crisi. Quelle che nessuno vuole vedere. Almeno finché non si sono “raffreddate” a puntino, perché è solo allora che puoi spalmarci sopra tutto il melenso di questo mondo e fermarti a guadare quante mosche abboccano.

Facce mute. Facce senza pace. Bocche che gridano nella polvere. Più rumorose del gracchiare isterico delle decine di economisti, ministri, sindacalisti che ogni giorno ci riempiono la testa colla loro bella retorica a buon mercato, più fragorose del rullare perverso delle rotative coi loro titoli sempre fuori tempo, sempre fuori luogo, e smisuratamente più vere del sensazionalismo necrofago degli istituti di statistica che fanno a gara a chi la spara più nera.

Coltiviamo per tutti un rancore, che ha l’odore del sangue rappreso. Ciò che allora chiamammo dolore  è soltanto un discorso sospeso.

Cantava De Andrè ne La ballata degli impiccati.

L’impressione, pesante come il rimorso, è che forse qualcuno (Stato, sindacati, banche) avrebbe potuto (e dovuto) fare di più.

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