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6 Maggio 2012

Vendita di saponi in Accademia, intervista ad una studentessa fiorentina

Vendita di saponi in Accademia
Vendita di saponi in Accademia

Vendita di saponi in Accademia

Vendita di saponi in Accademia, avviene a Firenze, all’accademia delle belle arti, dove una società estera pubblicizza e vende in aula.

Sono passate più di due settimane da quando un articolo online de la Repubblica Firenze ha fatto esplodere il caso, ma l’imbarazzo e lo stupore aleggiano ancora per i corridoi dell’Accademia più rinomata d’Italia.

In quei giorni, infatti, agli studenti che frequentano il corso di design e di anatomia artistica dei professori Edoardo Malagigi e Angela Nocentini è stato proposto di seguire una lezione speciale per il giorno 19 aprile, dal titolo anche accattivante, benché effettivamente poco consono al percorso di studi: Prodotti etici, biodegradabili e biodinamici.

Le stranezze come quelle della vendita di saponi in Accademia però non si fermano qui: a tenere la lezione non è infatti un docente o un ricercatore, una figura qualificata insomma, bensì Orlando Cheli, rappresentante di Amway, una compagnia americana che si occupa della vendita di diversi prodotti dedicati alla bellezza e all’igiene della persona e della casa.

Come racconta l’articolo di Repubblica, la lezione prende presto un risvolto inaspettato e alquanto surreale: Uno che non solo reclamizza e poi smercia i prodotti della sua azienda («Forza ragazzi, ultima offerta per il detergente “Loc”!»), ma tenta impunito di convincere gli studenti a entrare a far parte della rete di vendita, un sistema che – spiega – permetterebbe di arrivare a guadagni annuali «fino a 140.000 euro». «Lasciatemi pure la vostra mail e il numero di cellulare, segnatemi sul foglio se volete solo comprare o entrare nell’attività», annuncia agli studenti passandogli il suo personale “registro delle presenze”. […] Poi per 25 minuti intrattiene la platea di studenti con una lezione economica basata sulle teorie del nippoamericano Robert T. Kiyosaki, in cui espone nei minimi dettagli la possibilità di sfuggire alla crisi e fare guadagni anche elevati sfruttando lo strampalato meccanismo delle leve finanziarie. […] E a fine lezione, via al “bazar delle belle arti”: partecipano 4 ragazzi, che finiscono a comprare flaconi di “Loc” (liquido organico concentrato) a 7,50 euro l’uno.

Vendita di saponi in Accademia delle belle arti a Firenze: lo strano caso diventato critica

Ma forse l’apice di stranezza partita della vendita di saponi in Accademia viene toccato quando Ernesto Ferrara e Mario Neri, giornalisti di Repubblica, raggiungono il professore che ha permesso a Cheli di tenere una dimostrazione (sarebbe ormai risibile proseguire con la facciata della lezione): ne risulta un video carico di silenzi imbarazzati e frasi farfugliate. Tra tutte, spicca il tentativo del professor Malagigi di giustificare la presenza del Cheli in aula con il nobile obiettivo del voler dimostrare ai propri studenti cosa non fare nella propria carriera lavorativa.

Quanto è (in)credibile un’affermazione del genere, alla luce del fatto che il professore non ha mai fatto un intervento propositivo durante la dimostrazione, e ha anzi permesso che i propri studenti acquistassero i prodotti direttamente dal cattivo esempio da cui vorrebbe tenerli alla larga? Ne parliamo con Marta M., studentessa al secondo anno di Scenografia, corso che frequenta proprio presso l’Accademia di belle arti di Firenze.

FC: Prima di tutto, Marta, ti è già capitato di sentire qualche indiscrezione od opinione riguardo a quanto è accaduto in Accademia qualche settimana fa, o questa è la prima volta?

MM: Ero già informata dell’accaduto: nei corridoi e attraverso Facebook si è sparsa la notizia ed è arrivata nel dipartimento di Scenografia, infine, al mio orecchio. Vivendo con altri due studenti dell’Accademia di belle arti ho già discusso della questione.

FC: Abbiamo scelto entrambe un percorso di studi che viene bollato come anacronistico dagli anni duemila; pensi che ormai il nostro futuro lavorativo si possa realizzare solamente all’interno delle nuove dinamiche economiche che si sono create negli ultimi decenni, e sulla base delle quali si fonda il lavoro di Cheli?

MM: Questa era di appiattimento culturale rende l’arte debole come le caviglie del David, con la differenza che l’opera di Michelangelo è al sicuro all’interno di un museo, ammirata e apprezzata tutti i giorni da occhi provenienti da tutto il mondo. Mentre io nel migliore dei casi immaginabili sarò la possibile futura scenografa dell’ennesima pubblicità che esalta un prodotto farcito di aspartame. Altrimenti mi laureo in economia, capisco che cosa è una leva finanziaria e poi vivo di conferenze, pubblicizzo e vendo caramelle scuola elementare per scuola elementare. Cerco solo di essere meno anacronistica possibile. Sono convinta che il futuro piegherà le nostre aspirazioni e divorerà i nostri sogni fino al torsolo.

FC: Ci racconti come e perché la tua scelta universitaria è ricaduta sull’Accademia di Belle Arti, e perché proprio quella di Firenze?

MM: Da piccola giocavo solo con le costruzioni, quelle a cannuccia, quelle di legno, i lego e quelle magnetiche, ho incominciato a sei anni a disegnare perché prima ritagliavo solo la carta. Ho realizzato almeno tre disegni al giorno per dodici anni, con acquerelli, olio, tempera, acrilico, china e matita. Il mio passatempo preferito è però disegnare in prospettiva calcolata con riga e squadra, e allora mi sono detta: perché non continuare con l’Accademia? I suoi muri non hanno ascoltato altro che arte dal 1563. La scenografia come la intendiamo ora non poteva che nascere a Firenze. Un archivio mentale dove tenere stipate delle bellissime vedute di questa città è fondamentale per capire la bellezza e profumi della storia, con il fine di saper ricreare non solo la filologia dell’architettura ma anche l’armonia dell’immagine in sé e per sé. Viene spontaneo pensare che nella città rinascimentale per antonomasia ci sia un gioiellino di Accademia di belle arti, specie per il mio campo. E mi fermo qui coi complimenti.

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