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18 giugno 2012

Geert Lovink e i Social Network: dubbi e problemi

 Geert Lovink, fondatore dell’Institute of Network Cultures e docente, attivista di cultura di Rete, ha di recente pubblicato il suo ultimo libro, “Ossessioni Collettive” ( dal titolo originale “Networks without a cause” ).

Critico dei social network, ci spiega come la fine dell’anonimato e della molteplicità delle identità stia facendo emergere una cultura dell’auto-promozione e della sovraesposizione.

“Ossessioni Collettive” fa riferimento in modo particolare ai due Social Netowork più seguiti negli ultimi anni, Facebook e Twitter, che vengono giudicate per lo più come “reti labirintiche” in cui si rimane intrappolati senza trovare una via d’uscita. In particolare all’incapacità di instaurare un vero dialogo viene contrapposto ciò che Lovink chiama organized networks. In cosa consiste dunque questa opposizione?

La differenza è molto semplice: le piattaforme come Facebook sfruttano i cosiddetti legami deboli: come per esempio gli amici degli amici, persone che non conosci davvero, ma con cui sei in qualche modo in contatto. Legami simili esistono anche al di fuori dei social network ma questi ultimi rendono il processo di acquisizione degli stessi quanto mai automatico ed efficiente: ti spingono a importare tutti gli indirizzi mail presenti nella tua rubrica e ai margini di quello che conosci. I network organizzati non rappresentano una risposta ai primi, ma servono ad approfondire i legami deboli, trasformandoli non in ampiezza, ma in profondità. Magari meno contatti, ma più mirati. Anche come risposta al problema del sovraccarico informativo: il rischio infatti di far crescere un network in maniera autoreferenziale, senza un qualche scopo che faccia da collante fra gli appartenenti, è che questo diventi del tutto inutile, una semplice sovrapposizione di voci senza alcun valore”.

Parlando di Rete e di Social Network non si può non parlare di anonimato. La domanda che sorge spontanea è se sarà mai possibile a forme di anonimato o se oramai è solo un ricordo nostalgico. Lovink spiega:

Credo che sia ancora possibile, ma dobbiamo fare attenzione a diffondere il messaggio che esista qualcosa come l’assoluto anonimato o che vi si possa ritornare, sempre che sia mai esistito. Con gli strumenti attuali è sempre possibile avere un’idea, per lo meno di massima, di dove si trovi una persona o di chi possa essere […] Credo invece quello dell’anonimato in Rete sia un lasciato positivo degli anni ’90, che meriti di essere difeso.

Rimedio all’anonimato potrebbe essere quello di utilizzare degli pseudonimi, non sono nella vita privata ma anche nel lavoro. Ed è anche per questo Lovink è così accanito contro Facebook. Il messaggio che viene trasmesso dal Social Nework è che se usi degli pseudonimi sei un criminale, ma volere più libertà non può essere certo visto come un’azione criminale.

Altra critica al Social Network è quella di essere utilizzato come carta d’identità. Lovink spiega:

“Succede anche nel mio lavoro: per leggere alcune riviste accademiche devo accedere con il mio profilo Facebook. Noi non dovremmo permettere che accada, soprattutto negli uffici pubblici, nelle scuole e negli ospedali.”

In particolare, negli ultimi mesi si stanno diffondendo anche algoritmi come Klout, che permettono di misurare la percentuale di partecipazione e di influenza degli utenti. Tutto questo ha ovviamente un impatto nelle relazioni sociali.

“Tutto quello che facciamo oggi può essere facilmente registrato, misurato e trasformato in statistiche. Vorrei uscire da questa situazione, ma non è possibile. L’unica cosa che possiamo fare è ignorarle, dobbiamo creare nuovi valori. Quello che fanno le statistiche è dirci “ se è tanto, è buono”. Noi possiamo dire “ciò che è raro è bello”.

Lovink, che si è cancellato da Facebook e non usa Twitter, prova a spiegarci anche la differenza tra i due Social Network più utilizzati.

Twitter è fatto per il giornalismo e credo ancora che sia più legato all’industria delle news che a quella di Internet, è l’espressione perfetta delle notizie in tempo reale, senza ritardi o mediazioni editoriali, e con il valore aggiunto che i protagonisti stessi delle notizie partecipano, direttamente, a parte alcuni casi famosi che fanno eccezione alla regola e da veri Vip utilizzano i loro uffici stampa per twittare al posto loro. Facebook è più protetto. Ma il professionista dell’informazione è sommerso, perché si aggiunge ai canali informali di comunicazione diretta in aggiunta a quelli tradizionali, già saturi.”

Subito dopo che il libro è stato dato alle stampe, c’è stata la quotazione in Borsa di Facebook. Quali sono le conseguenze di ciò che è successo?

“Secondo me quanto è successo avrà un impatto molto più forte di quanto non si possa credere oggi. Non credo che Mark Zuckerberg andrà in prigione, ma ci saranno accertamenti giudiziari. Sono successe troppe cose strane quel giorno. Molte persone perderanno incredibili somme di denaro. Ritengo inevitabile un aumento degli abbandoni di Facebook. Io trovo che questa situazione sia entusiasmante, perché sta suonando la campana del prossimo round. Questa generazione di social media ha fatto il suo corso e ora è tempo per altri di avanzare.”

 

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