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9 giugno 2012

Giovani in crisi: meglio un lavoro fisso che la laurea

Oggi il precariato tra i giovani supera il 35%, merito della crisi economica che il mondo sta affrontando, ma anche di tanti altri fattori, come la mancanza di un ricambio generazionale, di contratti di lavoro che non lasciano intravedere speranze a lungo termine. I salari sono sempre più bassi e, nel complesso, chi fa le spese delle peggiori penalizzazioni dovute alla crisi sono proprio le donne e i giovani.

Secondo gli ultimi rapporti dell’Istat, tra i giovani vi è una discesa dell’occupazione a tempo pieno e a durata indeterminata, mentre è cresciuta quella a tempo parziale e indeterminato. I neodiplomati che in questo triste periodo si ritrovano a dover compiere la scelta che determinerà la loro vita professionale, sono fortemente influenzati da questo contesto. I giovani oggi non credono più che una laurea possa essere la garanzia per un futuro lavorativo sicuro.

In un’inchiesta effettuata da Il Corriere dell’Università Job emerge che il 54% dei maturandi del 2012 metterebbe da parte l’obiettivo della laurea se venisse offerto loro un lavoro sicuro dopo la maturità. L’indagine è stata effettuata solo su 635 studenti italiani che frequentano l’ultimo anno della scuola superiore, e i dettagli delle interviste sono stati pubblicati sulla La Guida edizione 2012, strumento di orientamento per gli esami di stato, l’università e il lavoro che viene distribuita gratuitamente da Il Corriere dell’Università.

Secondo l’indagine, il 21% degli studenti intervistati rinuncerebbe all’Università solo in base al tipo di lavoro, il 14% invece considera di più l’aspetto economico, si priverebbe della possibilità di continuare gli studi solo per un lavoro i cui guadagni possono essere alti. Solamente il 37% non rinuncerebbe per nessun prezzo alla possibilità di laurearsi. Secondo quanto riportato su Il Giornale dell’Università, un giovane su cinque sostiene che «Di questi tempi non si può rifiutare un lavoro, per studiare c’è sempre tempo».

L’indagine qui riportata non è però l’unica voce in capitolo: secondo una ricerca dell’Istituto Piepoli, infatti, quattro italiani su dieci preferirebbero investire in un corso di ‘crescita personale’, piuttosto che in una laurea. In particolare, solo il 9% investirebbe sulle lauree a indirizzo umanistico, contro il 30% per le lauree di tipo tecnico-scientifiche.

La ricerca, realizzata dall’Hrd Training Group, società guidata da Roberto Re, mental coach e master training aziendale, dimostra come l’istruzione universitaria, un tempo considerata anche come una meta per il proprio status sociale, diviene un obbiettivo poco interessante. Oggi cresce l’interesse per le forme di sapere facilmente spendibili,

«È evidente che siamo di fronte a un cambiamento enorme a livello socio-culturale», ha dichiarato Roberto Re, come riportato su www.businesspeople.it, «assistiamo al passaggio dall’insegnamento teorico all’apprendimento pratico, quello che è richiesto dal mondo di oggi, che richiede risultati immediati in tempi brevi».

I giovani non voglio più essere ‘bamboccioni’, non voglio più vestire i panni dello spiantato studente universitario mantenuto agli studi dai genitori, immagine che oggi i mezzi di comunicazione offrono quando presentano gli studenti universitari. Contro l’ideale del ‘dottore’ laureato e acculturato oggi si abbatte quello dell’imprenditore senza titoli di studio e che fonda il suo status sociale solo sulla ricchezza economica.

Negli ultimi decenni, in effetti, si è assistito alla svalutazione dell’aspetto culturale degli studi, adesso chi si iscrive all’università lo fa solo per fini lavorativi e gli studi universitari non sono più considerati come un percorso di crescita personale e di miglioramento di se stessi. Alla tanto discussa abolizione del valore legale della laurea sembra aggiungersi anche una progressiva svalutazione della sua importanza culturale.

 

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