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17 luglio 2012

Eccellenza universitaria: la dura legge della classifica

Sono dieci gli indicatori che valgono da criterio per l’annuale classifica degli atenei italiani, pubblicata oggi su Il Sole 24 Ore. Il lavoro, redatto in base ai dati dell’Ufficio di Statistica del Miur, di Almalaurea, Stella e Istat, quantifica l’efficienza di più di cinquanta università italiane in base all’efficienza della didattica, al successo occupazionale e ai fondi per la ricerca.

Seguendo la classifica generale, ai primi posti troviamo il Politecnico di Milano e quello di Torino, rispettivamente al primo e al secondo posto, seguiti dall’Università di Modena e Reggio Emilia. Su 1000 punti, l’università tecnica di Milano se ne aggiudica ben 856, il posto in coda spetta però ad un ateneo del sud, l’Università Parthenope di Napoli.

Gli atenei non statali occupano una classifica a parte nella quale primeggia ancora un’università ambrosiana, la Bocconi di Milano con 785 punti, seguita dalla Milano San Raffaele e dalla Luiss di Roma. La «peggiore» è un altro ateneo meridionale: L’Università di Enna “Kore”.

Quello che più risalta da entrambe le classifiche è la spaccatura geografica delle posizioni: la coda all’elenco troviamo principalmente gli atenei meridionali. Una nota di merito va però all’Università di Reggio Calabria che segue in classifica il rinomato ateneo romano La Sapienza.

E pensare che proprio una delle poche università che non viene menzionata dall’articolo de Il sole 24 ore è anche l’unica a rientrare nelle classifiche mondiali dei migliori Atenei. L’Università di Bologna, infatti, veniva collocata al 183° posto nella lista delle migliori nel mondo, unica italiana tra le prime 200, secondo il New York Times. Il quotidiano italiano, basandosi sui dati del Miur, la colloca invece al 14° posto.

In compenso l’ateneo emiliano risulta ironicamente il primo in graduatoria tra quelli più «sottofinanziati»: la distanza tra il finanziamento teorico in base al modello di valutazione delle performance e il finanziamento effettivo è di 67,5 milioni di euro. Tra le università più «sovrafinanziate» troviamo quella di Messina, con un finanziamento di 54,2 milioni di euro che eccede il finanziamento teorico che le spetterebbe.

L’inchiesta de Il Sole 24 Ore pone l’accento sulla questione della quota premiale, la sostanziosa parte del Ffo – ben il 13% del totale delle risorse disponibili – che viene assegnata in base a criteri meritocratici. La quota c’è, ma rimane incatenata a una clausola, già prevista dalla riforma dell’ex ministro Mariastella Gelmini. Tale «clausola di salvaguardia» prevede che nessun ateneo può subire una flessione superiore al 3,2% rispetto all’anno precedente.

Le nuove direttive non cancellano affatto tale condizione, ma almeno la aumentano al 3,5%: come infatti citato nello Schema del decreto ministeriale, «a ciascun ateneo è comunque assicurata una assegnazione del FFO tale da ricondurre l’entità delle eventuali minori assegnazioni rispetto all’anno 2011 entro un intervallo compreso tra il -3,9% e il -3,5%».

Questi dati dimostrano come la distribuzione dei fondi, o almeno buona parte di essi, in base al merito sia ancora relegata all’orizzonte teorico, senza contare poi che i criteri relativi alla valutazione sono ancora in fase di perfezionamento, in quanto non includono alcuni fattori ritenuti rilevanti e restano ancorati a dati ormai vecchi.

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