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18 luglio 2012

Fuori corso: un problema culturale o economico? Ecco la verità

Fuori corso
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Quella dei fuori corso è una pena senza fine, ma di chi è la colpa? E’ un problema culturale o economico?

Mentre l’Europa si accinge a presentare un maxi bando per sostenere la ricerca, stanziando ben 8,1 miliardi di euro, in Italia si lavora assiduamente per gettare ulteriore discredito sull’Università.

A farne le spese questa volta sono gli studenti che non hanno completato gli studi entro la naturale durata del percorso scelto, i cosiddetti “fuori corso”.

«Un vizio tutto italiano» stando a quanto affermato dal Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che intervenendo all’East Forum 2012, si pronuncia duramente sull’incidenza del numero dei fuori corso sul totale della popolazione studentesca attiva (il 33,59% nell’anno accademico 2010/2011), che ritiene essere un vero e proprio «problema culturale».

Problemi l’Università italiana ne ha davvero tanti, primo fra tutti quello dei tagli indiscriminati cui viene sottoposta anno dopo anno e anche il Governo dei professori, dispensatore di tagli, rigore e politiche di austerità, pare non voler rinunciare a questa consolidata prassi inserendo nella “black list” della spending review un’apposita voce che riguarda da vicino l’istruzione.

All’interno del decreto è prevista infatti una norma che impedirà agli atenei di considerare le tasse versate dagli studenti fuori corso ed extra comunitari ai fini del calcolo della percentuale dovuta annualmente dallo Stato attraverso il Fondo di Funzionamento Ordinario.  In questo modo, le università, poste di fronte ad una nuova riduzione dei finanziamenti, potrebbero facilmente decidere di salvarsi dal dissesto economico aumentando le tasse proprio per queste categorie di studenti.

Una pena troppo drastica o una misura per disincentivare i fuori corso? È lecito pensare che questa campagna punitiva ai danni dei pigri studenti italiani che, soli in Europa, non riescono a terminare gli studi entro i termini previsti sia piuttosto un grossolano tentativo propagandistico, per depistare l’attenzione da quelli che sono i veri problemi dell’Università e dell’Istruzione in Italia.

Vale la pena ricordare che il Fondo di Funzionamento Ordinario, che costituisce la maggiore fonte di entrata per l’università italiana, ha subito decurtazioni progressive sancite, come previsto dalla Legge 133/08 e parzialmente mitigate dal D.L. 180/08 che comunque produce sul finanziamento complessivo una forte riduzione delle risorse per le università. Se poi si pensa ai tagli comminati in questi ultimi anni anche alle borse di studio, ne viene fuori un bilancio davvero mesto.

Certamente le università private non pagano il pesante scotto di una situazione così scivolosa e non si trovano a dover fronteggiare difficoltà economiche così incombenti. Non c’è da stupirsi allora se i servizi e la didattica da questi offerti siano nettamente superiori rispetto alle università pubbliche e se il tasso di ritardi, di abbandono o di rinuncia agli studi siano sempre molto prossimi allo 0.

Alimentando politiche sperequative del genere che mortificano così tanto il diritto allo studio, ma anche e soprattutto chi vuole studiare, nell’arco di pochi anni non si farà altro che aprire un baratro tra chi può permettersi gli studi e chi no.

Infine, guardando ai tassi di disoccupazione giovanile, ad una domanda di lavoro praticamente insussistente e ad uno scenario economico generale tutt’altro che incoraggiante, piuttosto che andare ad ingrossare le fila dei tanti laureati ancora in cerca di un primo lavoro, di uno stage o di una qualsiasi attività minimamente retribuita in cui tradurre in esperienza concreta le proprie competenze, conviene piuttosto prendersi tutto il tempo necessario in attesa di cogliere l’attimo giusto. Repetita iuvant

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