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22 luglio 2012

Gli studenti giapponesi non devono fallire mai

Prestigio e qualità: sono le due parole chiave del sistema scolastico in Giappone. Il successo è l’obbiettivo a cui tutti gli studenti mirano, ma il fallimento non è contemplato nella carriera scolastica di uno studente giapponese.

Si sono da poco conclusi gli esami di stato qui in Italia e gli studenti che hanno affrontato la maturità possono finalmente godersi il meritato riposo. Sì, ma fino a un certo punto si può parlare di riposo: bisogna pensare alla strada da intraprendere e c’è chi già incomincia a studiare in vista dei test d’ingresso per entrare all’università. Un’ennesima battaglia che non terminerà di certo con la fine dei test, anzi, quello sarà solo l’inizio.

Facciamo un salto in Giappone, in quel lontano mondo così diverso ma, per certi versi, anche così vicino: il cosiddetto oriente occidentalizzato. Anche gli studenti giapponesi hanno terminato gli esami di stato? No, perché in Giappone il sistema scolastico non prevede esami di maturità, ma tutta una serie di test sparsi nel corso dei vari anni scolastici, atti proprio a testare in maniera continuativa la preparazione degli studenti.

Ebbene, guardando la suddivisione della carriera scolastica, questa non sembra poi così diversa dalla nostra. Abbiamo le classiche cinque fasce che ritroviamo anche in Italia: scuola materna dai 3 ai 6 anni, scuola elementare dai 6 ai 12, scuola media inferiore dai 12 ai 15, scuola media superiore dai 15 ai 18 e infine l’università, solitamente della durata di 4 anni, che si conclude senza discussione della tesi.

L’istruzione è obbligatoria e gratuita solo dai 6 agli 11 anni e già dalla materna la scuola rappresenta un ruolo centrale nella formazione del ragazzo, tanto che spesso i genitori scelgono scuole materne associate ad elementari prestigiose. Proprio per questo non è raro che i bambini frequentino scuole anche molto lontano da casa, in virtù del maggior prestigio che esse rivestono e dell’influenza che eserciteranno quindi sulla loro formazione futura. Si punta quindi tutto sulla qualità.

Per tornare agli esami, questi vengono svolti ad ogni cambio di livello scolastico e sono di solito scritti. Inoltre, nonostante l’obbligatorietà scolastica si fermi agli 11 anni, un buon 50 per cento decide di continuare con l’università, affrontando quindi un ulteriore test d’ingresso per accedervi, in cui si richiede anche un’elevata conoscenza della lingua inglese, studiata per circa 6 anni. Naturalmente anche per l’università vale il discorso del maggiore o minore prestigio.

E le vacanze estive? Durano soltanto quaranta giorni, dal 20 luglio al 1 settembre. Gli studente poi non devono soltanto studiare, ma anche provvedere alla pulizia delle aule scolastiche, supervisionati dai professori: non esiste infatti il bidello come nelle nostre scuole. Nessuno studente giapponese si sognerebbe inoltre di rispondere male ai propri docenti o compiere atti di vandalismo o bullismo: ogni minima infrazione viene segnata infatti sul curriculum scolastico che lo studente porterà con se anche nel mondo del lavoro, senza avere la possibilità di rimediarvi.

La scuola rappresenta quindi un luogo, oltre che di formazione culturale, anche di formazione morale, tanto che le famiglie si affidano completamente ad essa per l’educazione dei ragazzi, spesso deresponsabilizzando il proprio ruolo. Non mancano di certo aspetti non proprio positivi: l’eccessiva severità e rigidità dei docenti e in generale di tutta l’istituzione scolastica costringono ad una continua pressione gli studenti, chiamati senza sosta a dar prova delle proprie competenze e a dimostrare di essere i migliori, in grado insomma di avere successo nella vita.

In Giappone, al contrario dell’Italia, la parola fallimento non è contemplata, ma nemmeno il relax.

 

Fonte immagine: Internazionale.it

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