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5 luglio 2012

La nota dolente dell’Italia: la disoccupazione giovanile

Il tema della disoccupazione giovanile è ormai diventato come una goccia cinese che, battente ed inarrestabile, trapana i crani degli italiani, Da “chi di dovere” ci viene fatto sapere che, in fin dei conti, guardando all’Europa, non siamo messi poi così male: solo un giovane su tre che cercano un impiego è disoccupato. Peccato che davanti a noi, in questa triste classifica, ci siano solo Spagna e Grecia, con il 50% di disoccupazione giovanile, e peccato ancor di più che i paesi con i tassi più bassi stiano all’ 8/9% (Germania, Austria e Olanda).

Il segreto dei tassi disoccupazionali bassi sta nel rapporto governanti-giovani. I paesi che puntano sulle proprie giovani leve custodiscono la formula magica: essi puntano sui ragazzi, sulla loro formazione, sia scolastica che lavorativa. Nazioni europee come la Germania o l’Olanda vedono i propri cittadini under25 come un proprio punto di forza, come tanti purosangue su cui scommettere il futuro, in pratica danno loro piena priorità.

L’Italia opta invece per una linea di comportamento inversa: non si impegna a dare un avvenire ai propri giovani. Qui da noi regna il lavoro dei “vecchi”, non si vuole dare per nulla spazio ai “nuovi”. Qui da noi si tende ad ignorare quell’insieme di rimedi, di facile attuazione, che potrebbero rendere il mondo del lavoro più che adatto ai giovani.

Migliorando scuola, università ed orientamento si arriverebbe a far congiungere, ad avvicinare quei due mondi che ora sembrano e sono così lontani: l’istruzione ed il lavoro. È necessario accompagnare i giovani al futuro per renderli così capaci, ben formati e pronti ad affrontare l’impiego che sono chiamati a svolgere, di qualsiasi tipo esso sia. In Italia però spesso si guarda agli strumenti utili per improntare questa procedura con scetticismo e poca fiducia: stage, tirocini e apprendistato sono invece ottimi mezzi per l’inserimento nel mondo del lavoro, ma nel nostro paese sono ben poche le aziende o gli enti regionali a metterli a disposizione. La maggioranza degli italiani preferisce la tecnica del “vai e che Dio t’assista”, un metodo che trasuda menefreghismo e ben poco altruismo, della serie “devi farcela da solo, e sottolineo solo, per diventare adulto, e prima o poi ce la farai”.

La situazione è critica, sotto tutti i punti di vista. Tutti dicono che in Italia non c’è lavoro e chi dovrebbe fare qualcosa si unisce al coro e non agisce lasciando soli noi poveri disoccupati. Ci lasciano nel limbo, in un limbo infernale dove scarseggiano le prospettive di futuro. Questo abbandono ha portato allo sviluppo di un fenomeno particolare: molti giovani, stanchi di aspettare fiduciosi che arrivasse un impiego, hanno smesso di riporre le proprie speranze nell’azione del governo e si sono attivati provando a crearsi da soli un domani, quelli con le idee più innovative e brillanti ci sono riusciti. Tutto ciò ci suggerisce che il futuro è di chi se lo crea, ormai cercare un lavoro non basta più, bisogna crearselo, da soli!

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