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14 luglio 2012

Quando l’ingiuria ha finalità discriminatorie

Le crescenti ondate migratorie che hanno interessato – e tuttora interessano – il nostro Paese pongono inevitabilmente problemi di integrazione culturale e religiosa.

Quando nel confronto tra le diverse tradizioni e culture il dialogo con i cittadini stranieri si trascende nella vis polemica fino all’insulto si corre seriamente il rischio che le proprie argomentazioni viziate di pregiudizio possano presentare gli estremi di un atto penalmente rilevante.

Ai sensi dell’art. 594 del Codice Penale commette il reato di ingiuria ed è punito con la reclusione fino a sei mesi (o con la multa fino a euro 516) chiunque offenda l’onore o il decoro di una persona presente è punito
Il Legislatore fa soggiacere alla stessa pena chi commette il fatto servendosi di comunicazione telegrafica o telefonica, di scritti o disegni, diretti alla persona offesa; inoltre è previsto un aumento della pena della reclusione fino a un anno (o della multa fino a euro 1.032) nel caso in cui l’offesa consista nell’attribuzione di un fatto determinato e qualora sia commessa in presenza di più persone.

Partendo dal presupposto che la legittima facoltà di manifestazione del pensiero non è senza limiti, posto che va esercitata nel rispetto dei principi morali e del diritto altrui, l’ingiuria è costituita dalla offesa all’onore, da intendersi relativamente alle qualità morali della persona, od al decoro cioè al complesso di quelle altre qualità e condizioni che ne determinano il valore sociale.

Al fine di verificare se sia stato leso il bene protetto dall’art. 594 cod. pen., secondo la Cassazione, deve farsi riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alla personalità dell’offeso e dell’offensore ed al contesto nel quale la frase ingiuriosa è stata pronunciata; ad ogni buon conto sussistono dei limiti invalicabili, posti dall’art. 2 Cost., a tutela della dignità umana, in modo che “alcune modalità espressive sono oggettivamente (e dunque per l’intrinseca carica di disprezzo e dileggio che esse manifestano e/o per la riconoscibile volontà di umiliare il destinatario) da considerarsi offensive e, quindi, inaccettabili in qualsiasi contesto pronunciate” ( Cass. Sent. n. 11632/2008).

L’elemento psicologico è integrato dal dolo generico, cioè la volontà dell’agente di usare espressioni ingiuriose con la consapevolezza di offendere l’altrui onore o reputazione; ne consegue che qualora tale volontà appare evidente, non deve attribuirsi alcuna rilevanza ai fini ed ai moventi che hanno determinato l’agente in altri termini.
In buona sostanza, è sufficiente la volontà cosciente insita nella consapevolezza della attitudine offensiva della condotta.

Come si è detto commette il reato di ingiuria anche chi adopera espressioni e linguaggi connotati da pregiudizio e razzismo; in effetti l’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso così come prescritto dall’ Art. 3 del D.L. n. 122/1993 ( convertito nella Legge n. 205/1993), è configurabile quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza. Invece non assume alcun rilievo la mozione soggettiva dell’agente, né è richiesto che la condotta incriminata sia destinata o, quanto meno, potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno ed a suscitare il riprovevole sentimento o, comunque, il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori, giacché ciò varrebbe ad escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui l’azione lesiva si svolga in assenza di terze persone.

Secondo la Suprema Corte, ad esempio, integra gli estremi dell’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso l’espressione ingiuriosa “va via di qua, sporca negra”, rivolta a persona di pelle scura, poiché essa si connette al significato corrente di inferiorità di una sola razza, essendo del tutto irrilevante le ragioni soggettive di chi ha pronunciato tali espressioni posto che l’accertamento sulla idoneità potenziale dell’azione a conseguire lo scopo discriminatorio deve essere parametrato, non con riguardo alla occasionalità del fatto ma al dato culturale che lo connota (Cass. sent. n.9381/2006).

Da quanto sin qui argomentato e rilevato è chiaro che la legge fornisce gli strumenti idonei per il perseguimento di condotte, anche verbali, connotate da pregiudizio e discriminazione. Ma dovrebbe essere diventato quasi fisiologico e spontaneo il rifiuto di simili comportamenti: il passato ci racconta di immani crudeltà nate dall’odio razziale; la memoria di tragedie, “motivate” da assurde ed infondate convinzioni di supremazie etnica e culturale, dovrebbe costituire la consapevolezza condivisa su cui basare una convivenza pacifica con altri popoli e culture.
Ma innanzi all’uso ancora diffuso di espressioni come “sporca negra” non può non constatarsi come reputarsi un Paese civile sia in effetti una considerazione del tutto ingenua ed illusoria.

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