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1 agosto 2012

Più tasse per i fuori corso? No, aumenti per tutti!

Agosto per molti è il mese più bello e spensierato dell’anno: la gente pensa a rilassarsi, chi può va in vacanza, gli studenti si concedono una pausa. La gente guarda meno i notiziari e legge meno i giornali, i tg si interessano di gossip e riportano un mare di notizie sui vip in spiaggia.

A quanto pare, agosto è anche il mese ideale per approvare riforme all’istruzione e nuovi decreti per la spending review, soprattutto se questi riguardano aumenti alle tasse universitarie. Non è certo difficile capire il nesso tra i due eventi.

Giorni fa si parlava di un aumento delle tasse per gli studenti fuori corso, oggi il governo fa un passo avanti e per non discriminare nessuno annuncia che gli aumenti riguarderanno tutti. Non solo i bamboccioni e gli asini – come vengono definiti i fuori corso nel lessico delle alte sfere – ma anche i meritevoli pagheranno di più.

In pratica se non hai denaro non studi: per frequentare l’università bisogna pagare le tasse, l’affitto e le varie spese. Per fortuna esistono i sostegni economici allo studio, ma con i tagli all’istruzione le borse di studio diventano sempre meno e i ragazzi, le cui famiglie non possono permettersi di mantenerli, sono costretti a lavorare.

Il circolo vizioso si innesca proprio così: chi lavora per mantenersi gli studi esce fuori corso e quindi perde ogni diritto ai pochi aiuti economici che le università offrono, ma, come se non bastasse, a breve pagherà anche di più.

L’emendamento presentato dal Governo prevede infatti, aumenti fino al 100% per i fuori corso, e tasse più care anche per chi è in regola con gli studi. A tutto ciò viene però posto un limite (irrisorio): per i primi tre anni, a partire dal 2013-2014, gli aumenti per gli studenti in corso con un Isee inferiore ai 40.000 euro non potranno superare le soglie d’inflazione.

A ben vedere, però, i lavori della commissione erano già da tempo diretti verso questa ipotesi, inutili sono state le trattative per limitare l’incremento ai soli fuori corso, anche per rispettare i presupposti meritocratici di queste riforme.

Il motivo che impone l’aumento delle tasse universitarie è un cane che si morde la coda: esiste infatti una legge che obbliga gli atenei a non percepire dagli iscritti più del 20% di quello che riceve dal Ffo – Fondo finanziario ordinario. Se ogni anno i finanziamento del Ffo diminuiscono, le università dovrebbero essere obbligate a ridurre la cifra che è possibile incassare mediante le tasse di iscrizione.

Secondo le stime dell’Udu – Unione degli Universitari – la metà degli atenei italiani non riesce a rispettare questa regola, sono infatti 35 le università italiane fuorilegge. Per ovviare a questo inconveniente, il decreto sulla spending review stabilisce che le tasse dei fuori corso e degli extracomunitari non devono essere incluse in quel 20%, che dal prossimo anno potrà ricadere tutto sugli studenti in regola con gli esami.

Il vero problema è che il sistema universitario diventa così un ammalato che non vuole guarire: con l’aumento delle tasse le iscrizioni diminuiranno sempre di più – in realtà questo è un processo già in atto – e l’istruzione pubblica sarà via via più scadente, di conseguenza i pochi che potranno permettersi di proseguire gli studi preferiranno le università private a quelle statali.

La scelta del periodo estivo per far passare sotto il silenzio dell’opinione pubblica l’approvazione del decreto dovrà però fare i conti con le mobilitazioni studentesche. Le associazioni promettono, infatti, un ‘caldo autunno’: i cortei e le manifestazioni non si fermeranno, e sul web già si organizzano le campagne di protesta per il nuovo anno accademico.

Michele Orezzi, portavoce dell’Udu, chiede dal sito dell’Unione degli Universitari: «Perché non si prova a capire perché ci sono i fuori corso? Perché usarli come ‘arma’ per giustificare una liberalizzazione mascherata delle tasse universitarie? Perché non dire la verità: quasi il 50% degli studenti italiani lavora per mantenersi gli studi, perché l’Italia è l’ultimo Paese europeo per investimenti in diritto allo studio. Quello è il vero problema, non è assolutamente un fenomeno culturale».

Un esempio pratico di ciò che questo decreto comporta è riportato proprio sul sito dell’Udu: «Se fino ad oggi il Politecnico di Torino chiedeva ad ogni studenti in media 120 euro oltre il limite consentito dalla legge, oggi non solo non sarà tenuto a riportare le tasse a valori accettabili, ma potrà aumentarle di oltre 2000 euro in media».

continua Orezzi: «elaborando i dati del Ministero si vede perfettamente la volontà perversa che si nasconde dietro a questo provvedimento: scaricare almeno 600 milioni di euro sulle spalle degli studenti e cancellare ogni limite alle tasse degli studenti fuoricorso o extracomunitari: l’omicidio dell’università pubblica».

Fonte foto: http://www.iltaccoditalia.info

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