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27 settembre 2012

Diffamazione a mezzo stampa e diritto di cronaca

La vicenda di Alessandro Sallusti, direttore de “Il Giornale”, condannato dalla Cassazione a 14 mesi di reclusione sta suscitando notevole scalpore.

Il reato contestato all’allora responsabile di “Libero” è quello di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo. Secondo l’accusa, peraltro confermata dalla Suprema Corte, sarebbe stato Sallusti l’autore dell’articolo diffamatorio ai danni del magistrato e firmato con lo pseudonimo Drayfus.

La fattispecie illecita addebitata a Sallusti rientra nell’ipotesi delittuosa di cui al terso comma dell’art. 595 del c.p. il quale criminalizza la condotta offensiva della reputazione di un soggetto, la quale si realizza attraverso il mezzo della stampa; difatti, oggetto della tutela penale è dato dall’onore della persona e dall’opinione che gli altri hanno della medesima.

L’aspetto rilevante in questa faccenda è il delicatissimo rapporto con il diritto di cronaca. Preliminarmente, va ravvisato che la libertà di stampa rientra nel diritto di manifestazione del pensiero sancito dall’art. 21 della Costituzione; a tal fine deve domandarsi se possa applicarsi una sorta di esimente che escluda l’antigiuridicità della condotta qualora quest’ultima sia conforme all’esercizio di un diritto previsto dall’ordinamento.

Secondo la giurisprudenza maggioritaria affinché il diritto di cronaca possa essere esercitato in maniera conforme alla legge devono sussistere tre circostanze: verità della notizia pubblicata, esistenza di un pubblico interesse alla conoscenza dei fatti  ed infine continenza ed obiettiva esposizione della notizia.

Relativamente al requisito della verità della notizia l’esercizio del diritto di cronaca è condizionato alla verità dei fatti narrati: l’indispensabile nesso tra l’oggettivamente narrato e il realmente accaduto comporta l’inderogabile rispetto del limite interno della verità oggettiva di quanto riferito. Ne discende che il giornalista deve non solo esaminare, controllare e verificare i fatti oggetto della sua narrazione, ma anche dare la prova di aver eseguito tali accertamenti per fugare ogni dubbio ed incertezza in ordine a quella verità.

Con riguardo alla sussistenza dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto essa si riconnette all’utilità sociale della divulgazione ed è condizionata all’attualità dell’interesse stesso la quale  non implica necessariamente l’attualità della notizia, in quanto notizie di vecchia data sono idonee a suscitare un interesse attuale.

Infine, il diritto di cronaca è limitato dal criterio della continenza, cioè l’obiettività dell’informazione; tale aspetto riguarda secondo la Cassazione “i modi espressivi della notizia, a garanzia che la stessa sia esternata anche con l’uso di un linguaggio colorito e pungente, ma non lesivo della integrità morale del soggetto” (Cass. sent. n. 690/2010).

Appare evidente, quindi, che il giornalista, seppur garantito nella libertà di stampa, deve uniformare la propria condotta ai limiti imposti dall’ordinamento per la tutela della reputazione altrui. In difetto, naturalmente è legittimo l’intervento della magistratura per sanzionare simili condotte.

Tuttavia la reclusione in carcere, come conseguenza di una siffatta condotta illecita, appare sproporzionata e sotto, certi aspetti, lesiva di una libertà fondamentale per il corretto esercizio della vita democratica del Paese: la libertà di stampa.

Non si chiede l’impunità al giornalista cui siano stati riconosciuti giudizialmente comportamenti illegali e lesivi dei diritti altrui; può essere sanzionato sotto il profilo economico, nelle forme risarcitorie del danno che può aver cagionato. Ma un giornalista in carcere è francamente un’idea inaccettabile in una moderna e civile democrazia.

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