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23 settembre 2012

La scrittura al tempo di internet: emoticon, gesti e “faccine” rupestri

Pochi giorni fa le Emoticon (abbreviazione, o meglio crasi, che sta per Emotive Icon) hanno festeggiato il loro trentesimo compleanno.

Trent’anni cioè dal giorno in cui l’allora ricercatore della Carnegie Mellon University (Pennsylvania), Scott Fahlman, diffuse la prima “icona emotiva”, suggerendo, in un forum di discussione, un modo convenzionale per distinguere i messaggi positivi da quelli negativi.

La questione della paternità di queste “faccine” è però più controversa. Secondo alcuni studiosi, già nel 1862, in un discorso di Abramo Lincoln pubblicato sul New York Times, sarebbe rintracciabile l’icona della faccina sorridente che strizza l’occhio. Ci sarebbero poi anche dei presunti precedenti letterari, come i segni grafici (due accenti circonflessi) utilizzati da Luigi Pirandello in “Uno, nessuno, centomila” per simboleggiare le sopracciglia corrugate (^^), o il simbolo \_/ che già nel 1912 lo scrittore Ambrose Bierce utilizzava per esprimere il suo sorriso.

Casi sporadici a parte, però, il colore giallo con cui sono poi state elaborate le Emoticon non può non far pensare ad Harvey Ball: l’artista che negli anni ’60 inventò il famoso bottone giallo con due punti e una parentesi per rappresentare la felicità; quella stessa immagine che fu poi riprodotta su milioni di t-shirt, adesivi, ecc. (da Bernard e Murray Spagna) e che, negli anni ’70, divenne uno dei principali simboli della cultura hippie.

Tralasciando però le analogie o gli antenati più risalenti, resta che è proprio a partire da Fahlman che l’Emoticon si diffonde nella rete (l’allora ARPAnet) e diventa un vero e proprio tratto caratterizzante il linguaggio digitale. E, anche se da allora quei tre segni di punteggiatura si sono evoluti, arricchiti ed animati, invariato rimane il principio: un’icona che permette di aggiungere al linguaggio scritto un pizzico di oralità. Le Emoticon introducono cioè nella scrittura veloce della messaggeria istantanea quell’espressività gestuale che, in una normale conversazione, viene garantita dalle espressioni del volto e dalle modulazioni della voce.

Queste “faccine” vengono così considerate dai più come segni immediate ed universali: se infatti il linguaggio scritto è normalmente composto da segni unicamente convenzionali, siano i grafemi o altri accorgimenti grafici che forniscono istruzioni sintattico-testuali (i segni paragrefematici, o punteggiatura), le Emoticon appartengono ad una differente tipologia di segni: le icone. Esse non legherebbero pertanto la propria comprensibilità ad una convenzione (come, per fare un esempio, la definizione che troviamo sui dizionari) ma alla loro stessa forma e all’immediatezza del rinvio che questa suscita. Per dirla diversamente, le icone emotive si richiamerebbero al “linguaggio universale delle emozioni” e sarebbero, perciò, intuibili senza richiedere ulteriori conoscenze.

Ora, se forse le emozioni appartengono ad una condizione antropologica e possono essere considerate per questo universali, ciò non significa necessariamente che la percezione di tali emozioni sia universale, né tantomeno che lo sia la loro traduzione in segni paragrefematici. In Giappone, ad esempio, le icone emotive vengono disposte in orizzontale, tra due parentesi tonde a delimitare il viso, e, salvo alcune, la loro lettura non è per nulla immediata a noi. Del resto non c’è da stupirsi: che si tratti di un’emozione o di una definizione, la comunicazione passa pur sempre attraverso un processo di codifica-decodifica più o meno marcato.

Una serie di segni aggiuntivi, forse immediati e universali allora, che negli utenti più esperti diventa una sorta di scrittura pittografica, un’elaborata combinazione di icone antropomorfe assimilate da taluni addirittura alle icone antropomorfe primitiva. “A ben vedere – scrivono Gualtiero e Roberto Carraro – le espressioni delle Emoticon e i pittogrammi dei computer sono piuttosto simili ai segni delle pitture rupestri. C’è qualcosa di misterioso, arcaico e universale nella espressione primitiva. Lo dimostra anche il fatto che anche i bambini di tutto il mondo, nella prima infanzia, disegnano spontaneamente in modo molto simile. Il disegno infantile e la pittura rupestre convergono in una forma espressiva visiva comune a tutte le genti della specie Homo Sapiens”.

Si potrebbe però anche parlare di un codice di gesti, o di una forma di scrittura non verbale: un repertorio gestuale simile a quello su cui si è basato per anni il cinema muto o come quello che ancor oggi troviamo nel teatro d’avanguardia. Un profondo mutamento qundi per la cultura occidentale dove, tralasciata forse la pittura figurativa o l’arte sacra, il gesto non è mai stato fortemente codificato. Molto differente sarebbe per esempio la questione vista dalla prospettiva dell’India, luogo in cui, per millenni, si è assistito alla costruzione di grandiosi codici gestuali (come quelli che si possono osservare nelle sculture dei templi induisti, nelle movenze simboliche della danza sacra indiana, nel Kamasutra o nel Mundra, l’alfabeto delle mani).

E mentre alcuni si chiedono quale sarà il futuro delle Emoticon, proprio il miscuglio di scrittura ed oralità, quel pot-pourri tra concezioni segniche così differenti fa pensare quasi ad una sorta di horror vacui. Un po’ perché queste “faccine” sono di per sé sufficienti a riempire un messaggio, un po’ perché rispondono alla paura del fraintendimento. E allora l’Emoticon sembra soprattutto poter mascherare l’assenza di qualcosa da dire, da una parte, e, dall’altra parte, avere la capacità, quasi magica, di fissare senza possibile fraintendimento “in che senso” stiamo dicendo qualcosa. Falham aveva infatti così spiegato il perché di questa sua invenzione: “Il problema era che se qualcuno faceva un commento sarcastico, alcuni lettori non riuscivano a capire che era uno scherzo, da li nascevano lunghe diatribe su quanto scritto”. Ma davvero il linguaggio scritto non sopporta l’ironia? O meglio, può una semplice faccetta risolvere quel problema sul quale gli studiosi di ermeneutica si flagellano da secoli, ossia l’intenzione del testo?

Ciò che in definitiva si può affermare senza pericolo di smentita è che sicuramente queste icone emotive caratterizzano quello che è uno slang vero e proprio: un gergo che identifica una generazione. Scrivere in forma multimediale è sì una forma d’intrattenimento, ma anche una trasgressione rispetto alla tradizionale cultura scolastica che impone lo standard rigoroso delle lettere alfabetiche, rispetto al quale ogni alterazione è considerata da correggere o addirittura sintomo di un disturbo (la dislessia o la disgrafia). Come sempre in questi casi la domanda resta la stessa: questa “ribellione” sarà solo una moda passeggera o una rivoluzione definitiva e profonda della scrittura?

Selene Parigi

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