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10 settembre 2012

L’accanimento terapeutico

Il rifiuto del Cardine Carlo Maria Martini, da tempo affetto del morbo di Parkinson, di essere sottoposto ad “accanimento terapeutico” nella fase finale della propria esistenza ha riproposto il tema delicato, in ragione delle indubitabili implicazioni etiche, delle questioni attinenti alle questioni di “fine vita”.

Prima di tutto deve stabilirsi se la nutrizione artificiale debba considerarsi terapia o sostentamento vitale e se la loro sospensione possa essere compiuta da terzi in mancanza di una diretta ed esplicita volontà del paziente.

Qualora la nutrizione artificiale sia considerata una terapia la sospensione dell’alimentazione e della idratazione troverebbe riscontro non solo nell’art. 32 della Costituzione, ma anche nel Codice di Deontologia Medica dopo un  ragionevole accertamento dell’originaria volontà del  paziente.

Di contro, se si ritiene che l’alimentazione e la nutrizione debbano configurarsi come sostentamento vitale, la sospensione di tali pratiche delineerebbero una forma di eutanasia in quanto il paziente che ne venisse privato non morirebbe per gli effetti diretti della patologia di cui è affetto, ma per l’omissione di una forma di sostegno.

Relativamente alla decisione sulla sospensione delle terapie  assunta da terzi, ai sensi dell’art. 34 Codice di Deontologia Medica, il medico, in mancanza di un’esplicita manifestazione di volontà da parte del paziente, è tenuto a considerare le precedenti manifestazione dello stesso.

Sul piano politico, va rammentato che in materia vi è una proposta di legge.

Il disegno di legge, infatti, parte dal presupposto che la vita umana è “diritto inviolabile ed indisponibile” e che compete al medico informare il paziente sui trattamenti sanitari più appropriati: trattasi, in buona sostanza, del c.d. consenso informato.

Con riguardo alle decisioni per il futuro è data facoltà di sottoscrivere una D.A.T., ossia una Dichiarazione Anticipata di Trattamento, nell’eventualità di una perdita della capacità di intendere e di volere; n tale documento, di durata quinquennale dalla redazione, può dichiararsi la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari che abbiano caratteri di sproporzionalità e sperimentazione. Naturalmente la D.A.T non può contenere disposizioni che ricalchino le fattispecie di omicidio del consenziente o di suicidio assistito.

Il medico, dopo aver preso in considerazione le volontà esplicitate nella D.A.T., annota sulla cartella clinica del paziente i motivi per i quali ritiene opportuno seguirle o meno; in tale documento il soggetto può nominare un fiduciario quale unico soggetto ad interagire con il medico nell’esclusivo interesse del paziente e nel rispetto di quanto prescritto nella D.A.T.

Eventuali controversie tra il fiduciario e il medico sono risolte da  un collegio medico le cui decisioni sono vincolanti per il medico, il quale tuttavia, è legittimato a rifiutarsi ad eseguire delle prestazione se ritenute contrarie alle proprie convinzioni scientifiche e deontologiche.

Deve precisarsi con costituiscono oggetto della D.A.T. l’idratazione e l’alimentazione le quale devono essere mantenute fino al termine della vita, eccettuato il caso risultino non più efficaci  nel fornire al paziente i fattori nutrizionali indispensabili alle funzioni fisiologiche essenziali al corpo.

Tale proposto di legge è stata accolta favorevolmente nella Chiesa Cattolica, la quale contraria a qualsiasi forma di testamento biologico, è, comunque favorevole all’introduzione della D.A.T. che attribuendo valore legale alle manifestazioni di volontà rese in maniera certa ed inequivocabile assicuri nel contempo le garanzie sulla presa in carico del paziente. Tuttavia, secondo le autorità ecclesiali, le volontà dell’ammalato non devono sfociare in un obbligo costrittivo nel confronto del paziente che è tenuto comunque al rispetto della deontologia professionale  e alla propria coscienza. Valori da garantire al pari della volontà del paziente.

Il disegno di legge in questione non è stato ancora licenziato dalle Camere: molteplici sono i contrasti di natura religiosa ed etica che rallentano l’iter parlamentare; a prescindere da ogni valutazione personale e di coscienza appare indubitabile garantire all’ammalato il rispetto del diritto inviolabile per eccellenza, vale a dire la dignità umana, la quale va preservata anche, e forse soprattutto, nella fase finale dell’esistenza. Dignità umana che potrebbe subire gravi ed ingiustificate violazioni da sproporzionate forme di accanimento terapeutico.

Fonte della foto: medicinalive.com

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