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1 ottobre 2012

Crisi e lavoro, la verità sotto al tappeto

Lunedì 1 ottobre l’Università Sapienza di Roma vedrà impegnate le facoltà di Scienze politiche, sociologia e comunicazione nel convegnoCrisi d’impresa: rimedi legali e convenzionali a tutela del reddito e dell’occupazione nell’ordinamento italiano e comunitario.
L’evento vuole favorire spunti di riflessione sugli strumenti di gestione della crisi soprattutto sotto il profilo occupazionale in seguito alle innovazioni legislative introdotte dalla legge n. 92/2012 di riforma del mercato del lavoro, in vigore dal 18 luglio 2012, contenente disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro.

In essa vengono riviste le norme sui licenziamenti, sull’apprendistato, il lavoro a progetto, vengono modificati degli articoli della Legge 604/66 in materia di licenziamenti individuali. Ma il punto fondamentale è che tale discussione viene affrontata in una sede, quella universitaria, che dovrebbe avere un ruolo attivo e importantissimo nel mercato del lavoro, tanto è vero che le Università italiane non riescono a raggiungere posizioni decenti nelle varie classifiche mondiali.

Proprio la Sapienza di Roma che rappresenta il più grande ateneo in Europa potrebbe avere le carte giuste per scalare le classifiche investendo in ricerca, quella onesta e reale che porta risultati utili di tipo scientifico-umanistico, che escluda mazzette, “parentopoli” e pubblicazioni senza valore che servono a singole personalità.

Un ateneo talmente grande che dovrebbe immettere laureati sul mercato italiano invece di formarli per mandarli all’estero – dove sono ben accetti dato che un laureato a costo zero non può fare altro che portare crescita economica ad un paese.

Un’università che potrebbe immettere sul mercato molti più laureati, stringendo rapporti con le aziende stesse, salendo nelle classifiche e risolvendo molti problemi legati alla disoccupazione giovanile. Mi vengono raccontate situazioni di personalità poco professionali che, nel loro piccolo, danneggiano il sistema.

Molti studenti della facoltà di economia raccontano di docenti, come ad esempio Giovanni Palomba, che con metodologie d’esame poco chiare incentiva chi riesce a stargli dietro e non chi realmente abbia voglia di imparare, e promuova il minimo numero di studenti obbligatorio a testimoniare che il programma e metodologia d’esame da lui adattata non sia errata o sconveniente, ma chiunque abbia sostenuto il modulo d’esame da lui adottato non è disposto a sostenere che il metodo sia conveniente in termini economico, culturale e finanziario.

Far perdere tempo e parcheggiare all’Università gente che potrebbe essere immessa sul mercato del lavoro apportando benefici non solo all’Università ma al paese intero, in questo periodo, non sembra essere una buona idea.

Non intendo giudicare iniziative che vogliono occuparsi di temi realmente importanti ma sembra di rasentare il ridicolo quando tali temi vengano dibattuti proprio in un settore, quello accademico, che ha la sua buona fetta di colpa in relazione alle pene che il Bel Paese sta pagando e che dovrà ancora pagare a prezzo della povertà.

Penso che potrò raccontare ai miei figli una favola che inizia così: «C’era una volta un sussidio per per le persone anziane chiamata pensione, si amore mio! Tanto tempo fa lo stato tutelava i suoi cittadini…»

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