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13 novembre 2012

Crisi greca: rigore e interessi locali

Approvata la legge di stabilità per il 2013. Misura necessaria, ma non sufficiente per ottenere i 31,5 miliardi di euro di aiuti ancora bloccati. Per il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble il rapporto della troika su Atene non permette una valutazione chiara delle misure prese dal governo greco.

Intanto la situazione finanziaria Greca è al limite, le riserve di liquidità non basteranno per coprire le uscite previste oltre il mese di novembre, tanto che il governo greco sta valutando la possibilità di emettere titoli a brevissima scadenza per racimolare i 5 miliardi da restituire il prossimo 16 novembre. Nonostante ciò sembra difficile ipotizzare che le istituzioni europee restino a guardare fallire la Grecia

Molto probabilmente l’Europa continuerà ad aiutare la Grecia a pagare i debiti che la Grecia ha con l’Europa. O meglio con le istituzioni europee. Ma uno stato non può essere gestito come un salvadanaio, considerando solamente i flussi finanziari da questo generati. Quelli in entrata, messi a disposizione dalla Troika, e quelli in uscita, da limitare al massimo, per rientrare nei parametri richiesti.

In mezzo ai flussi di capitale c’è lo smantellamento del welfare greco, le proteste di piazza, la disoccupazione e i giovani che tornano ad emigrare per trovare lavoro. Argomenti che colpiscono alla pancia, la scienza economica è un’altra cosa. Per definizione la macroeconomia non considera i singoli problemi di questa o quella categoria, ci passa sopra, per trovare “il modo più efficiente di gestire le risorse disponibili”.

Allora più che ascoltare i pareri della folla a Piazza Syntagma sarebbe il caso di ascoltare i pareri di altri economisti, quelli che da alcuni anni a questa parte criticano aspramente la gestione della crisi greca:

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Paul Krugman, nobel per l’economia sul New York Times scrive: «Molti pensano che i cittadini spagnoli e greci stiano semplicemente rimandando l’inevitabile, protestando contro sacrifici che, di fatto, devono essere fatti. La verità è, invece, che chi protesta ha ragione. Una maggiore austerità non servirà a nulla; i veri irrazionali, in questo contesto, sono politici e funzionari che chiedono altri sacrifici»

Jean-Paul Fitoussi, economista francese: «Tutto questo mi sembra francamente un po’ surreale. Si è voluto creare un dramma quando bastava che alcune grandi banche concedessero qualche finanziamento in più alla Grecia. Tanto, è andata a finire che comunque i soldi saranno dati a tassi di mercato. E allora? Non è così che si risolvono le crisi, così si dà solo il via libera ad una crisi dopo l’ altra, e ognuna sarà peggiore della precedente»

Joseph Stiglitz, altro nobel per l’economia, paragona le politiche di austerity ai “salassi della medicina medievale” e critica, ormai da anni le politiche liberiste per i devastanti risultati ottenuti nel sud-est asiatico e in Argentina, tanto per fare qualche esempio.

«Senza crescita è incredibilmente difficile ridurre il debito pubblico». Queste però sono le parole del direttore operativo dell’FMI Christine Lagarde al meeting annuale di FMI e banca mondiale di qualche mese fa. Una presa di posizione che sorprese molti, quantomeno perché agli antipodi rispetto all’operato dell’FMI stesso e ai suoi principi.

In ogni caso è evidente che , se euro deve essere, deve esserlo fino in fondo. Sia in tempi di crisi, che in situazioni relativamente più stabili, le prese di posizione dei governi hanno dipeso più dalle esigenze politiche nazionali che dalla tutela dell’Unione.

Un governo che risponde ad un elettorato locale difficilmente assumerà provvedimenti a beneficio di tutti, soprattutto se i provvedimenti danneggiano, anche in minima parte, lo stato in questione. E questi conflitti si intensificano, come abbiamo già visto, ad ogni campagna elettorale. Se non si cambiano queste condizioni, anche salvare la Grecia sarà inutile.

Alessandro Bertirotti

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