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12 dicembre 2012

Come ti suicideresti? E’ polemica in Francia per la traccia shock. La parola dell’esperto

Il fatto. Di ieri la notizia pubblicata dal quotidiano francese La Charente Libre di un giovane insegnante che avrebbe assegnato alla sua classe di tredicenni una traccia da svolgere su un tema sicuramente opinabile.
Contrariati dal racconto dei propri figli, i genitori hanno subito sollevato la polemica. L’insegnante è stato immediatamente sospeso dal direttore Jean-Marie Renault. Nel frattempo, continuano le indagini volte a scoprire quanto di sotteso a una scelta così ardita e quale potesse essere il reale obiettivo formativo nel chiedere di sviluppare un compito in classe su una tematica così “scottante”.

La traccia. “Avete appena compiuto 18 anni. Avete deciso di farla finita con la vostra vita. La vostra decisione sembra irrevocabile. Decidete in un ultimo slancio di scrivere le ragioni del vostro gesto. Tracciando il vostro autoritratto, descrivete tutto il disgusto che provate per voi stessi. Il testo dovrà evocare qualche evento della vostra vita all’origine del vostro stato d’animo“.

La reazione. Sconcerto e preoccupazione per il direttore didattico di Angouleme prontamente attivo per tentare di difendere i giusti dettami pedagogici della sua scuola; folle rabbia nel cuore, invece, del rappresentante dei genitori per quello che ha dichiarato essere pura “follia” il desiderio di un insegnante di conoscere come dei tredicenni, se necessario, si ucciderebbero.

Ma perché accadono cose di questo tipo? Perché mai assegnare un tema da sviluppare su una tematica così lontana da un universo fatto pur sempre di giochi e ancor di cuor sereno?

L’esperto. Ci possono essere due motivazioni: una, in buona fede, ma molto, molto coraggiosa di rompere lo stigma del suicidio in maniera sorprendente, ponendo il giovane studente in età adolescenziale di fronte alla problematica del suicidio. Bene fa il direttore della scuola Charente, in questo caso a cercare di capire le reali intenzioni pedagogiche dell’insegnante. Un’altra ipotesi più perversa potrebbe trovarsi nelle ignare fantasie del docente che pone i propri alunni, una problematica di cui egli è vittima. In altre parole e ‘l’insegnante a chiedere in maniera indiretta un aiuto relazionale agli allievi. Come dire un meccanismo interpersonale, certamente anomalo e originale per parlare di suicidio in classe”, spiega il Dr. Accetta, psicoterapeuta specializzato in tecniche analitiche per la prevenzione del suicido, disturbi di personalità e dell’umore,  “…è certamente un modo drastico di affrontare l´argomento con una esile traccia di tema scolastico a 13 anni”, continua Accetta, “ A questa età l´ideazione di morte e di autolesionismo si comincia a strutturare in bambini già predisposti a sviluppare disturbi psicologici tendenti alla tematica autolesionista. Potrebbe essere cosa buona se l´argomento avesse un significato diagnostico e di screening; non certamente se il ragazzo dopo un tema cosi artificioso (per l’età) venisse lasciato a se stesso nell’elaborazione del complesso argomento suicidio. Se non appropriatamente preparato il bambino potrebbe essere sorpreso dell’argomento; anche se sono convinto che oggi i giovanissimi hanno accesso a strumenti di comunicazione tali da poter sufficientemente argomentare”.

Dottore si potrebbe pensare a un’induzione indiretta e perversa all’idea del suicidio?

No, se l’autoinduzione non se l’ha imposta il docente stesso. Qualche ragazzo in classe con disagio psichico e una pervasiva ideazione di morte potrebbe avere agevolazione in una fase di progettazione. Ma mi auguro che cosi non sia per la classe della Charente. Oggi diversi siti internet e diversi social network purtroppo parlano in maniera sfacciata di suicidio e pochi sono coloro che, con competenza, si adoperano per la consapevolezza della opinione pubblica e la prevenzione. Parlare di suicidio è di per sé un modo di rompere lo stigma e fare prevenzione.

Una specie d’involontaria istigazione al suicidio?

Occorre ben altro per istigare al suicidio. Ci sono condizioni di solitudine cosi gravi all´interno delle nostre famiglie nel cuore del benessere del mondo occidentale che facilmente inducono al suicidio coloro che sono, ovviamente, predisposti. Una vita senza speranza vissuta tra l´indifferenza degli altri e un buon motivo di istigazione. Il suicidio per motivi di studio.

Il Male di Vivere. Spesso, troppo spesso, tanti giovani scelgono la via del suicidio come azione definitiva per metter fine alla delusione per un esame non superato o perché non in grado di reggere la reazione dei genitori rispetto a un piccolo fallimento scolastico o universitario da comunicare loro:

Perché Dr. Accetta tanti giovani non riescono ad affrontare con “forza” i grandi piccoli fallimenti in cui si imbattono durante i lori percorsi di studio e soprattutto di vita?

I media continuano a propinarci modelli di successo facile. Da tanto tempo vengono criticati i programmi di gioco in tv dove l’arricchimento sembra a portata di tutti, di reality ove il successo televisivo sembra uno dei pochi obiettivi di vita. Un’educazione familiare che induce molto facilmente la soddisfazione di bisogni non primari. Sono tutti modi che rendono le fisiologiche frustrazioni scolastici o relazionali, situazioni insormontabili. Molto di più se associati in questa epoca a modelli di sbocco lavorativo che oggettivamente oggi sono poco realistici. La “forza” o per lo meno i modelli dati dalla famiglia, dalla società, dalla scuola, devono essere maggiormente indirizzati ad un fine verso i più piccoli e gli adolescenti. Spesso le scelte egoistiche degli adulti, come quello dell´insegnante di cui stiamo parlando, potrebbero minare irrimediabilmente la personalità di un soggetto. Occorre
allora fare della vita una palestra dove la partecipazione e´già´motivo di soddisfacimento rispetto all´effimera corsa vero la vincita e il successo. Allora i piccoli fallimenti in cui i giovani si imbattiamo saranno considerati bagaglio delle esperienze che arricchiscono la propria e individuale personalità. In termini tecnici favoriscono la crescita e il completamento del “ sé “, secondo la teoria di Heinz Kohut.

Esiste secondo lei un modo per “prevenire” e ridurre il numero di suicidio indotti da questi piccoli grandi problemi riscontrati per motivi di studio?

Certamente sì. Sono degli strumenti che dovrebbero essere applicati dalla scuola secondaria ai master post laurea. Degli screening leggeri da applicare a complessi scolastici, a facoltà universitarie e indirizzare i soggetti a rischio verso centri di ascolto. Utilizzare delle campagne pubblicitarie che la depressione si può curare facilmente e che è possibile trovare qualcuno con cui poter parlare di suicidio e delle idee ad esso collegati. Aprire help-line come a Palermo il Telefono Giallo dell’Afipres Marco Saura che il prossimo marzo compie 20 anni e che ha ascoltato centinaia di giovani con disagio e problematiche collegate al suicidio. Il problema centrale della prevenzione del suicidio è l´utilizzo di piccole somme da utilizzare per analizzare il  fenomeno.

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