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12 gennaio 2013

Lavoro con Maud Robart: l’emergere di un nuovo strumento

A seguito della sua esperienza nell’atelier di Maud Robart, Cristina Baruffi, ricercatrice universitaria, incontra gli studenti della Sapienza, durante il primo incontro di un laboratorio organizzato in questi mesi per gli studenti di Scienze Umanistiche dalla Prof. Luisa Tinti, per presentare il saggio “L’esperienza di lavoro con Maud Robart: l’emergere di un nuovo strumento”.

Dalla presentazione della Baruffi, si evince immediatamente un primo, essenziale elemento: se i canti haitiani sono l’esperienza fondativa della ricerca di Maud Robart, il perno della sua ricerca pratica e teorica, fondata sulla tradizione orale e sull’approccio transdisciplinare in un confronto con la contemporaneità, risiede nelle domande che l’artista creatore-trasmettitore si pone sul rapporto fra creazione, tradizione e modernità: l’interazione di queste tre dimensioni genera un contesto di analisi in cui la multiculturalità è l’elemento essenziale.

A partire dal canto e dalle melodie haitiane, l’artista si sintonizza col ritmo, inteso come flusso connettivo tra l’individuo e l’universo che con esso interagisce.

Nell’esperienza della Robart, le “pratiche mitiche” del passato, fortemente radicate nella cultura afro-haitiana, sono arrivate lentamente ad interagire con il presente nel corso degli anni Settanta, periodo in cui Maud ha co-fondato il movimento artistico Saint Soleil, esperienza creativa senza scopo di lucro, definito da Malraux “l’esperienza più sorprendente – e la sola controllabile – di pittura magica nel nostro secolo” .

Un altro aspetto fondamentale della crescita culturale di Maud Robart è la collaborazione con Jerzy Grotowski, durata fino al 1993. In un continuo confronto dialettico tra modernità e tradizione, il rapporto con Grotowski si basa sul concetto di relazione, un rapporto in cui mente e corpo vadano di pari passo e il percorso degli artisti sia  parallelo, ma non convergente.

Se l’arte è la guida per vivere la vita da cui essere guidati, dice Maud Robart, fare e vivere sono inscindibili.

La ricerca di Cristina Baruffi, un’assidua allieva della Robart, con una costante esperienza negli atelier di Maud Robart e nel TeatroNatura di Sista Bramini, evidenzia una connessione immediata ed inevitabile con il passato.

Il compito dell’artista è quello di indirizzare la propria attenzione verso la riscoperta di matrici fondative per la creazione di esperienze future a partire dal passato: accanto al saper-fare, il saper-dare e ricevere costruiscono il concetto di  “responsabilità trans-generazionale”, su cui la Robart fonda la propria didattica.

Da quando Grotowski propose l’esportazione del gruppo Saint Soleil, prima a Bologna, e poi in California, Maud Robart ha diretto degli atelier di introduzione al canto di tradizione, in cui si impara a confrontarsi con la contemporaneità per non esserne sommersi (Calvino).

Le modalità di lavoro descritte dalla Baruffi negli atelier vengono definite come “dietro lo specchio”, ovvero non finalizzate alla realizzazione di uno spettacolo.

Il canto rituale afro-haitiano è alla base del rapporto dinamico fra ritmo e melodia, un punto di partenza per l’acquisizione di un metodo che generi energia e relazioni tra il singolo e il procedere universale.

Lo strumento citato dalla Baruffi è la Salutation, una sequenza di movimenti pregni di significato, in cui la ricerca comune conduce alla scoperta di archetipi collettivi, di un’oggettività relativa.

“Canti del rituale woodoo, maree danzate, frammenti di testi biblici” sono individuati come spunti per l’acquisizione di un ritmo che renda il corpo un elemento “tattile-globale” (Palacio); anche la voce, nel lavoro in atelier, si dimostra essenziale, perché nella sua identità duale di corpo-voce si propone di cogliere il tempo-ritmico insito nel mondo e nella tradizione.

Nel confronto con la tradizione, continua la Baruffi, può capitare che lo strumento non funzioni, perché, interagendo con componenti troppo antiche e per molti incomprensibili, non stimola il corpo-emozione: è quindi importante che la trasmissione degli elementi tradizionali avvenga tramite il riadattamento.

La Salutation è un processo che conduce ad uno stato di tranquillità, proprio perché nasce dalla simulazione di movimenti di combattimento (domanda) e sfocia, nell’esperienza degli allievi chiamati ad interagire con la domanda, in un saluto (risposta): è di questo che si parla riferendosi al riadattamento delle condizioni dettate dalla tradizione.

L’intuizione è il catalizzatore per la riorganizzazione di uno stimolo frutto del lavoro collettivo.

Alla base del lavoro corporeo, sono poi presenti le marce ritmiche, in cui l’atto del camminare è fortemente presente nell’esperienza dell’atelier, considerata dalla Robart nient’altro che una verifica di ciò che avviene durante il lavoro collettivo.

La scoperta risiede nella riorganizzazione del sé in un movimento interno agli strumenti, inseriti nel flusso del fare. Sono essenziali, a questo proposito, la circolarità ritmica e la ripetitività organica in cui l’ascolto deve essere costantemente attivo e presente: il testo personale che ne deriva è frutto di un lavoro di osservazione, di una reinterpretazione intesa come coerenza del movimento.

L’individuo, conclude la Baruffi, è spesso bloccato dalla “prigione del gruppo”, visto che nella collettività il singolo deve costituire funzione del tutto, ma è proprio il gruppo, che talvolta è un ostacolo, a favorire l’incontro transculturale e l’interazione con il tradizionale rappresentato da Maud.

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