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13 marzo 2013

Unisannio non perderà cinque corsi di laurea: Errate le conclusioni riportate dal dossier del Sole 24Ore

Università degli Studi del SANNIO di BENEVENTO – Unisannio non perderà cinque corsi di laurea: Errate le conclusioni riportate dal dossier del Sole 24Ore

Unisannio non perderà cinque corsi di laurea.

Le conclusioni riportate dalla tabella e dal dossier del Sole 24Ore sono sensibilmente errate: la fonte dei dati non era aggiornata e l’elaborazione imprecisa.

Quanto pubblicato lo scorso lunedì 11 marzo, nelle intenzioni voleva essere un resoconto sugli esiti dell’applicazione delle nuove regole di accreditamento  sull’offerta formativa dell’intera università italiana. Infatti, dall’entrata in vigore del DM 47 del ministro Profumo, attuativo della Riforma Gelmini, ogni corso dovrà rispettare alcuni parametri di cui il più importante  impone un numero minimo di docenti di ruolo.

Unisannio non perderà cinque corsi di laurea – Nel fare questo calcolo il giornale attinge dichiaratamente alla banca dati del MIUR che, da verifica, non risultava, al momento della pubblicazione, ancora aggiornata con le informazioni fornite direttamente  dagli atenei attraverso il Cineca.

Inoltre è discutibile il criterio utilizzato nel voler calcolare con esattezza i corsi da sopprimere: la comprensibile sintesi giornalistica che cerca la notizia, non ha tenuto conto della complessità dei parametri che cambieranno gli scenari dell’offerta formativa dal 2016/17.

Riassumendo quindi, alla data del 31/12/2011, i docenti in organico presso l’Università degli Studi del Sannio sono 201 (e non 163 come riportato)  ovvero 40 professori ordinari, 65 professori associati, 96 ricercatori di cui 5 a tempo determinato con un fabbisogno stimato per mantenere gli attuali 21 corsi di 220 (e non 212 come riportato).

Per quanto riguarda i ricercatori, la questione relativa la loro valenza ai fini didattici rappresenta un notevole motivo d’incertezza a causa della non univoca interpretazione delle modalità di calcolo, previste dal citato DM 47, che non consente  ad oggi di avere parametri certi di riferimento per una corretta programmazione dell’offerta formativa.

«Quanto è accaduto è l’esempio eclatante di come i cambiamenti di norme e regole siano così frequenti e repentini da metter in difficoltà lo stesso ministero e indurre anche prestigiosi giornali all’errore – dichiara il rettore Filippo Bencardino  -.  Il processo di razionalizzazione sarà inevitabile  per tutti gli atenei italiani come  per l’Università degli Studi del Sannio,  ma ciò non deve incidere sul nostro potere attrattivo.  Unisannio non si ridimensiona e né tantomeno chiude. L’Ateneo deve sicuramente  rispondere ai cambiamenti in corso, ottimizzando al meglio le sue risorse, accogliendo con coraggio le sfide dei nuovi saperi, delle nuove professionalità e rafforzando la sua anima identitaria.

I segnali negativi dell’andamento dell’economia reale e dell’occupazione si ripercuotono sugli studenti delle università italiane, che come risulta dalle ultime indagini ritardano  il loro ingresso nel mondo del lavoro e percepiscono erroneamente come inutile il valore dell’alta formazione. Così non deve essere e dobbiamo impegnarci tutti perché ciò non accada anche a costo di sacrifici.

In ultimo un appello agli organi d’informazione, invitandoli  ad una maggiore attenzione nell’interpretazione dei dati che può danneggiare un sistema già così fragile come quello dell’istruzione basato sulla  fiducia e sulla reputazione. Gli studenti e le famiglie, che tanto investono sulla costruzione del proprio futuro, non possono essere disorientati da superficiali sensazionalismi.

Il rilancio dell’economia reale può avvenire solo restituendo centralità ad un’Università che aiuti ad acquisire idonee conoscenze disciplinari e competenze trasversali se si vuole davvero vincere la sfida della competizione globale.

Politica e Accademia devono fare uno sforzo congiunto per  investire di più nella crescita delle competenze professionali orientando la produttività delle aziende soprattutto sul lavoro qualificato se non vogliamo che il nostro Paese sia terreno di cultura del lavoro precario, dequalificato e a basso costo ».

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