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12 maggio 2013

Shopping compulsivo. Sindrome e dipendenza da acquisto compulsivo nei giovani: Paola ex shopper patologica

Shopping compulsivo

Una delle nuove manie che prende piede nella società dell’immagine, è quella dello shopping compulsivo, come ci testimonia la pletora di nuove psicopatologie che dagli anni 90 ad oggi si sono progressivamente imposte all’attenzione degli specialisti

Shopping compulsivo

Shopping compulsivo

Shopping compulsivo o buyng (il 5% dei giovani italiani soffre di un’eccessiva propensione all’acquisto, il 75% sono donne).

Lo shopping compulsivo o dipendenza dagli acquisti è un disturbo caratterizzato dall’impulso irrefrenabile ed immediato di “dover acquistare”.

L’ansia dell’acquisto dello shopping compulsivo, cioè, è alleviata attraverso l’atto di “comprare”, spesso a dispetto di condizioni finanziarie, relazionali, lavorative e psicologiche già ampiamente precarie. Si tratta di una dipendenza da comportamento, quindi, che induce i soggetti che ne soffrono ad acquistare (quasi sempre senza “consumare”, nel senso cioè di utilizzare materialmente) per ridurre ansia e disagio. Un’autodifesa contro le proprie paure, ma che presenta un inconveniente fondamentale: la consumopatia non reca al malato alcuna gratificazione duratura e definitiva. Dietro lo shopping compulsivo e questa compulsione (femminile per lo più, ma che si sta allargando sensibilmente anche ai maschi) il complesso tipico dei ragazzi della società del brand di apparire poco attraenti ed interessanti.

Cos’è lo shopping compulsivo: Gli shopper compulsivi dichiarano solitamente di essere divorati dall’urgenza di comprare, un’ossessione contraddittoria, nella quale ad effetti egosintonici (sollievo e piacere) si alternano rapidamente effetti profondamente egodistonici (stress, vergogna, stati di colpa ed autolesionismo).

Shopping compulsivo: cos’è e come avviene, esperienza di Paola Izzo

Dipendenza da shopping

Dipendenza da shopping

Per saperne di più sullo shopping compulsivo, allora, abbiamo deciso di intervistare Paola Izzo (28), ex studentessa oggi consulente matrimoniale, un’ex shopper patologica, che ha voluto condividere con noi la sua esperienza, decisa, soprattutto, a smontare il pregiudizio dei tanti che ancora oggi considerano questa dipendenza un’invenzione degli specialisti, un “disagio apparente”, fasullo, da non prendere troppo sul serio. Magari scherzandoci sopra.

Cosa significa essere uno shopper compulsivo? Com’è la sua vita e quali sono i suoi bisogni e le sue ansie? E soprattutto, come si esce dal tunnel? Quali consigli ti senti di dare? 

Comprare è solitamente per una donna, un momento di relax, un’attività piacevole e gratificante. Non nel mio caso”. 

“Mi è sempre piaciuto acquistare scarpe, vestiti, borse, bigiotteria, qualche volta gioielli, come capita a tutte le ragazze e alle donne in generale. Come mi è sempre piaciuto tenermi aggiornata, al passo con le tendenze. Lo sento come un stimolo costante a sentirmi viva, piacente, apposto con me stessa e, perché no, con il mondo intorno. Giravo e giro per i negozi di mezza città (Salerno), spesso per ore, sempre a caccia di qualcosa di nuovo, moderno che mi rapisse, che mi facesse dire “questo mi serve”.  

Ma come si dice il tempo è denaro, e più tempo passi tra vetrine e scaffali più le tasche si svuotano e se già sei uno che spende una sacco per lo shopping la cosa può diventare parecchio pericolosa. 

A questo aggiungete che la mia non è certo la famiglia Paperone. Mio papà è cassintegrato, mia mamma fa la colf ad ore. Io allora arrotondava facendo al babysitter. Riuscivo però a gestirmi con un certo equilibrio. Ad un certo punto è come se qualcosa si fosse rotta, come se il freno si fosse spezzata in discesa. Compravo fiumi di cose, una marea. Avevo gli armadi pieni di roba inutile ed inutilizzata. Vestiti che non mettevo, a volte nuovi. Infilavo paia di scarpe ovunque, persino dentro la scrivania. Avevo cellulari disseminati per casa, abbandonati nei posti più impensabili. C’era una confusione in casa imbarazzante, sembrava un centro commerciale.Non buttavo nulla, mai, neppure quando mia mamma minacciò prima di regalare tutto in beneficenza e poi di bruciare quella piramide di sprechi. 

Quasi subito mi sono accorta che lo shopping per me era diventata una dipendenza incontrollabile: c’era sempre qualcosa da comprare, da cambiare, che mi serviva, che devo regalare etc… e non solo vestiti, scarpe, accessori in generale, compravo tutto ciò che una ragazza può ritenere acquistabile. Spendevo, spendevo, spendevo, e non potevo farne a meno…Neppure la mancanza di soldi riusciva a fermarmi. Avevo un’ansia, una preoccupazione addosso allucinanti. Mi sembrava di non avere niente, niente di quello che mi serviva per essere felice. Vedevo qualcosa che non avevo? Dovevo averlo a tutti i costi. Ma i soldi che guadagnavano e mi davano non erano mai abbastanza. Ripeto non vengo da una famiglia piccolo-borghese, ma operaia che non può permettersi troppi fuori budget. Anzi praticamente non se ne può permettere e basta. Ma quella mania non mi dava tregua. Esistevamo solo io e la roba. Come nella novella di Verga, Mazzarò…hai presente? 

I soldi cercavo di trovarli in tutti i modi: li prendevo dalla borsa di mia madre, dal portafogli di mio padre, me li facevo prestare, addirittura nella fase più acuta della compulsione sono arrivata a pensare di prostituirmi. L’unico impegno della mia esistenza era comprare. Non ero mai soddisfatta. Anche perché a quelle botte di eccitazione (che duravano un attimo), di onnipotenza cretina, seguivano sempre delle crisi pazzesche: sensi di colpa, nausea,attacchi di  ansia a tutte le ore del giorno. Mi vergognavo tantissimo di me stessa, ma soprattutto sapevo di deludere la mia famiglia, ma la “coazione a ripetere”, l’assuefazione a rifare ogni volta lo stesso gesto, comprare-posare-di nuovo comprare si era impadronita di me. Volevo sfidare me stessa, i miei limiti di sopportazione umana forse. Non lo so. Ma mi disprezzavo profondamente. Questo la gente non lo capisce. 

L’atteggiamento comune verso lo shopping patologico è quasi sempre superficiale. C’è uno snobbismo pauroso,  che certo non aiuta chi soffre di consumopatia ad ammettere il disagio e decidersi a curarsi. Lo shopping patologico per molti è una patologia immaginaria, egoismo da spendaccioni, figli di papà, gente vizia che non dà valore ai soldi. Altri invece lo considerano una psicopatologia minore, che può essere risolta banalmente. Basta togliere i soldi e chiudere in camera o legare alla sedia la ragazza o il ragazzo (sì perché lo shopping patologico è anche maschile, diciamolo). Niente di più sbagliato, la sottovalutazione butta solo benzina sul fuoco e, soprattutto, crea marginalizzazione. Specie oggi che la società ci sottopone a pressione estetiche fortissime. Questa è la moda? Bene, o sei dentro o sei fuori. Ma nessuno vuole rimanere ai margini, perché la solitudine è quello che di peggio un giovane possa temere per se stesso. Lo shopper patologico compra sulla spinta di una solitudine interiore già forte, stigmatizzarlo come viziato o superficiale significa emarginarlo in una maniera addirittura più dolorosa e traumatica. Nel mio caso lo shopping era una droga, comprare significava allontanare il vuoto. La mia camera era una discarica, un accumulo abnorme di oggetti di qualunque genere, il più delle volte tutte cose mai usate. Pensavo solo a cosa comprare e come fare per procurarmi i soldi per fare gli acquisti. 

Il mio vuoto era esistenziale. L’ho scoperto insieme alla mia psicologa. Sono figlia unica  e sentirmi bella per me ha sempre rappresentato un modo per socializzare, interessare, essere avvicinata dai miei coetanei. I miei genitori sanno che ho sempre sofferto questa cosa ed erano molto disponibili con me, forse troppo. Ma non me la sento di accusare loro. Lo facevano perché si sentivano in colpa anche loro.Non respiravo più, ero schiava della roba, dell’acquisto. Pensa che il giorno della mia laurea ero più soddisfatta del fatto che avrei potuto finalmente lavorare ed essere economicamente indipendente,e spendere tutto ciò che avrei voluto, piuttosto che godermi il riconoscimento dell’obbiettivo raggiunto (mi sono laureata con 110 e lode).

Ma presto avrei scoperto che erano tutte speranze mal riposte. Il lavoro non è arrivato, ma il mio shopping compulsivo è peggiorato e la mia famiglia non riusciva più a sopportare la situazione: ho venduto tantissimi oggetti e ricordi della loro casa pur di comprare quello che credevo “l’ultimo” paio di stivali texani… Invece non sarebbe stato l’ultimo. Avevo accumulato debiti su debiti (qualcuno mio padre lo sta ancora pagando) e il mio problema, stava distruggendo la mia vita, e quella della mia famiglia. Era giunto il momento di fare qualcosa. La psicoterapia dinamica è stata la mia salvezza, ma non è stato facile. Ho dovuto combattere, dapprima per ammettere a me stessa quello che già sapevo: essere malata. Ho fatto questo percorso psicologico, per tre lunghissimi anni, ma oggi a 28 anni posso dirmi guarita.Vado in giro per negozi, ma compro solo ciò che mi serve. Ho capito che scaricare sugli oggetti le proprie frustrazioni non è la terapia, ma solo il sintomo più evidente che c’è qualcosa da fare. Che devi correre ai ripari perché quel disagio sta diventato più forte di te, che ti sta uccidendo l’anima. Nonostante adesso io stia bene, la paura di ricadere in questo tunnel talvolta mi assale ma cerco di non abbattermi, di fare forza su quella consapevolezza che prima non avevo e che ora per fortuna ho trovato.

Nel mio piccolo posso solo consigliare a ragazze e ragazzi, ma soprattutto ai genitori di fare attenzione! Non sottovalutate certi comportamenti. Non censurateli, non sottostimateli. Certe condotte vanno prese per tempo e trattate clinicamente prima che sia troppo tardi. L’oniomania viene ritenuta sintomo di egoismo non è così. Si tratta di disagio, senso di inadeguatezza, solitudine. Sforzatevi di capir e ed intervenite consultando i giusti esperti, è l’unico modo per superare il problema.”

a cura di Matteo Napoli

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