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20 gennaio 2016

Kurdistan Iracheno: Uniud, prime tracce di occupazione umana

Reperti Kurdistan Iracheno

Kurdistan Iracheno: scoperte le prime tracce di occupazione umana del territorio risalenti ad almeno 500 mila anni fa.

Reperti Kurdistan Iracheno

Reperti Kurdistan Iracheno

I risultati dell’ultima campagna di ricerche del “Progetto archeologico regionale Terra di Ninive” sulle origini del Kurdistan Iracheno.

Trovati anche indizi della presenza dell’uomo di Neanderthal, necropoli di popolazioni nomadi, testimonianze di villaggi del VII millennio a.C., tre miniere per l’estrazione e la lavorazione della selce e 300 siti archeologici

Progetto finanziato da Ministero degli Affari esteri, Regione FVG, Fondazione Crup e Studio Giorgiutti

Tracce delle prime occupazioni umane preistoriche del Kurdistan Iracheno, risalenti ad almeno mezzo milione di anni fa (Paleolitico inferiore), sono state scoperte dagli archeologi delle Università degli Studi di Udine e di Roma “La Sapienza” nella regione settentrionale dell’antica Mesopotamia. L’ultima campagna di ricerche ha portato anche al ritrovamento di reperti che testimoniano la presenza dell’uomo di Neanderthal e all’individuazione di vaste necropoli di comunità nomadi databili fra la tarda preistoria (circa 6.000 a.C.) e l’età del Bronzo (circa 1200 a.C.). Sono stati inoltre identificati i primi villaggi del 7000 a.C. (Neolitico ceramico), scoperte tre miniere per l’estrazione e la lavorazione della selce e individuati circa 300 siti archeologici datati fra il 7000 a.C. e il 1900 d.C. Dal 2012 l’ateneo friulano è impegnato in campagne di scavo annuali nel Kurdistan iracheno con il “Progetto archeologico regionale Terra di Ninive” (PARTeN), nell’ambito della Missione archeologica italiana in Assiria (MAIA) diretta da Daniele Morandi Bonacossi.

I partner del progetto di ricerca del Kurdistan iracheno

Il progetto PARTeN si svolge in partnership con le autorità locali. In particolare, gli archeologi del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell’ateneo udinese collaborano con la Direzione delle Antichità di Dohuk, diretta dal dottor Hassan Ahmed Qasim, e con la Direzione generale delle Antichità del Kurdistan iracheno, guidata da Abubakr Osman Zaineddin. PARTeN è finanziato dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale (Direzione generale per la Cooperazione e lo sviluppo e Direzione generale per la promozione del sistema Paese), dalla Regione Friuli Venezia Giulia, dall’Università di Udine, dalla Fondazione Crup e dallo Studio Giorgiutti e Associati. Il progetto è sostenuto inoltre dall’Ambasciata italiana a Baghdad e dal Consolato italiano a Erbil.

«Gli ultimi risultati conseguiti dal “Progetto Terra di Ninive” sono lusinghieri – afferma l’assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrentie la Regione è orgogliosa di aver sostenuto il lavoro degli archeologi dell’ateneo friulano che dall’inizio della missione a oggi hanno individuato oltre 830 siti».

«Lo studio, la promozione e la difesa del patrimonio dell’umanità sta diventando sempre più centrale nel dibattito della comunità internazionale, non solo dal punto di vista della tutela, ma anche dal punto di vista dell’apertura di canali di dialogo e collaborazione», aggiunge Torrenti, precisando che il convinto sostegno dell’amministrazione regionale a PARTeN è sempre stato fondato sulla convinzione che la missione «oltre all’alto valore scientifico comporti anche altre ricadute importanti dal punto divista simbolico, della cooperazione e dello scambio culturale».

L’occupazione preistorica più antica nel Kurdistan Iracheno

La spedizione udinese dell’estate 2015, in collaborazione con le università di Milano e di Roma “La Sapienza”, ha concentrato le ricerche sull’occupazione del territorio durante il periodo preistorico che nella regione è compreso tra 1,8 milioni e 9 mila anni fa (dal Paleolitico inferiore al Neolitico). In particolare, spiega Cecilia Conati Barbaro de “La Sapienza”, «i più antichi strumenti di pietra ritrovati potrebbero risalire a circa mezzo milione di anni fa, se non a un periodo più antico». Si tratta di ciottoli che venivano dotati di margini taglienti mediante l’asportazione di schegge. Grazie anche a questi rinvenimenti di utensili di pietra di vario genere, dalle semplici schegge di lavorazione a manufatti veri e propri, come lame per falcetti e raschiatoi, gli archeologi hanno identificato grotte, ripari e aree di frequentazione delle popolazioni preistoriche. Sono stati anche rinvenuti strumenti di selce, carboni e resti di fauna conservati all’interno di strati protetti dal crollo della volta di una grotta, tracce della presenza dell’uomo di Neanderthal, che viveva nella regione intorno a 60 mila anni fa. Ritrovate anche tre miniere per l’estrazione e la lavorazione della selce utilizzata per produrre strumenti, una scoperta unica per lo studio dello sfruttamento delle risorse del territorio e della relazione uomo-ambiente nella Mesopotamia settentrionale.

Le necropoli megalitiche

Lungo i pendii della catena dei monti Zagros, che si estende dall’Iraq all’Iran per 1500 chilometri, sono state scoperte decine di vaste necropoli a tumulo, databili fra la tarda preistoria e la fine dell’età del Bronzo (6000-1200 a.C.). Queste tipologie di sepolture, caratterizzate dalla presenza di sepolture in tombe coperte da cumuli di pietre, sono probabilmente da attribuirsi a comunità di tipo pastorale e non erano finora mai state attestate nel nord della Mesopotamia. Gli archeologi dell’ateneo friulano hanno già provveduto a schedare le necropoli inserendole in un database georeferenziato (Gis). «Si tratta di una scoperta unica e di incredibile importanza perché – spiega Morandi Bonacossi – documenta un’occupazione della regione da parte di comunità di pastori transumanti nota per ora solo attraverso i testi cuneiformi, ma totalmente sconosciuta dal punto di vista archeologico. Ora sarà possibile studiare la presenza di popolazioni semi-nomadi e la loro integrazione con l’occupazione sedentaria basata su villaggi abitati da coltivatori di cereali».

I siti scoperti

Con i circa 300 siti archeologici individuati l’anno scorso sono complessivamente più di 830 i siti scoperti dalla missione dell’Università di Udine in quattro anni di ricerche nel Kurdistan iracheno. L’ultima campagna si è concentrata sulla ricognizione di insediamenti di epoca preistorica e protostorica risalenti al 7.000-4.000 a.C. Di particolare rilievo è il ritrovamento di una occupazione risalente al VII e VI millennio a.C. (Neolitico ceramico), costituita da una rete di piccoli villaggi che testimoniano le primissime fasi di sfruttamento produttivo del territorio. «Una scoperta fondamentale nello studio delle più antiche comunità agricole dell’Iraq del nord – sottolinea il direttore della missione, Morandi Bonacossi – colte nel momento in cui una stabile economia agricola stava prendendo piede». Le ricerche hanno anche approfondito l’occupazione della regione nell’epoca in cui essa era parte dell’impero persiano dei Sasanidi (224-651 d.C.) e, soprattutto, nella successiva età islamica (651-1900 d.C.). «Una serie di insediamenti fortificati situati in posizioni strategiche sulla sommità dei primi contrafforti dello Zagros – spiega Morandi Bonacossi –, e risalenti al periodo tardo islamico (1500-1900), ha permesso di ipotizzare un controllo del territorio molto più articolato di quanto si potesse supporre da parte degli Emirati curdi che dominavano la regione».

Il sistema di canalizzazione neo-assiro

È proseguita poi l’indagine dei canali assiri che costituisce una delle attività principali dell’Università di Udine nella regione. Lungo il sistema orientale di canali, esteso per oltre 200 chilometri, è stato effettuato un sondaggio di scavo. L’operazione ha consentito di ricostruire forma e portata di questi monumentali canali costruiti a cavallo fra VIII e VII sec. a.C. dal sovrano assiro Sennacherib per irrigare l’entroterra della capitale Ninive e portare l’acqua alla città. I dati raccolti serviranno anche ad elaborare un modello 3D digitale del sistema idraulico costruito dagli Assiri, che arricchirà il percorso espositivo del parco archeologico che l’Ateneo friulano sta preparando in collaborazione con l’Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

Bilancio della campagna 2015

«Gli ultimi risultati conseguiti – evidenzia Morandi Bonacossi – arricchiscono le conoscenze del periodo preistorico e protostorico di un territorio divenuto di primissima importanza per la ricerca archeologica nel Vicino Oriente e ora minacciato dall’espansione del sedicente Stato islamico. L’antico paesaggio culturale studiato dagli archeologi dell’Ateneo udinese evidenzia come la regione disponga di un potenziale enorme per lo studio della nascita dei primi insediamenti e la loro successiva trasformazione in siti urbani».

Ricerche e sviluppi futuri

La missione dell’università friulana nel Kurdistan iracheno prevede l’avvio nel 2016 di due nuovi scavi archeologici nei siti di Asingrian e Tell Gomel. L’obiettivo è indagare in dettaglio l’occupazione e la cultura materiale dei periodi preistorici e storici più antichi. Grazie a queste ricerche sarà possibile restituire un quadro ancora più completo dell’occupazione della regione dell’Alto Tigri iracheno e delle dinamiche sociali, economiche e culturali che l’hanno caratterizzata.

Il nuovo scavo nel sito di Asingrian mira a studiare la nascita dell’urbanizzazione e l’interazione uomo-ambiente. Le prime indagini del 2015 hanno già individuato l’enorme potenziale archeologico della “Collina di ferro” (questo il significato del nome del sito in curdo) per la storia più antica della regione. Asingrian mostra considerevoli evidenze di insediamento risalenti al XIII-XI sec. a.C. (periodo medio-assiro) e soprattutto al periodo del VI-IV millennio a.C., con probabili tracce di occupazione risalenti anche ai millenni precedenti. L’arco cronologico attestato è quindi estesissimo e copre almeno 3000 anni di occupazione preistorica. E’ tuttavia soprattutto nel IV millennio a.C. che Asingrian emerge come sito chiave per le notevoli dimensioni raggiunte. Ciò fa pensare che l’insediamento potrebbe conservare informazioni chiave per studiare la nascita delle prime città e la complessità sociale ed economica nell’organizzazione delle comunità umane del territorio. Gli scavi saranno diretti da Marco Iamoni, ricercatore di archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico dell’ateneo friulano.

Il secondo nuovo scavo, quello di Tell Gomel, interessa uno dei siti più grandi identificati dalla missione udinese, sia per estensione (20 ettari) sia per spessore della sequenza insediativa (40 metri di deposito archeologico). Riguarderà le ricerche sull’antico impero assiro (IX-VII secolo a.C.) fino, a ritroso nel tempo, all’occupazione umana nel Calcolitico (5000-3000 a.C.), nell’età del Bronzo (3.000-1200 a.C.), del Ferro (1200-600 a.C.) e in età ellenistica (323-31 a.C.). Tell Gomel, infatti, si trova nella pianura dove, nel 331 a.C., Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III, aprendosi così la strada per la conquista di Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana, capitali dell’impero della dinastia achemenide (550-331 a.C.). I risultati delle indagini preliminari hanno identificato importanti fasi di occupazione nelle età del Bronzo e del Ferro, seguite da un intenso insediamento durante il periodo ellenistico e partico (247 a.C.-224 d.C.). Si tratta di un sito guida per lo studio delle dinamiche insediative regionali e dei tratti marcanti la cultura materiale locale a cavallo fra III millennio a.C. e I millennio d.C. Lo scavo sarà volto a studiare e ricostruire le diverse fasi di vita del sito e a porre le basi per un’indagine approfondita dei livelli riguardanti l’età del Bronzo e del Ferro.


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