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19 febbraio 2004

Addio Pirata

Il Pirata ci ha lasciato. Marco Pantani, dopo averci deliziati ed esaltati con le sue progressioni inarrestabili, non è riuscito a “tirare l’ultima voIl Pirata ci ha lasciato. Marco Pantani, dopo averci deliziati ed esaltati con le sue progressioni inarrestabili, non è riuscito a “tirare l’ultima volata”, quella decisiva. Eppure negli ambienti si parlava di un Pantani depresso, silenzioso, solitario, chiuso in se stesso e nel dolore causato dall’onta della squalifica e dell’arresto. Non sappiamo se la morte sia stata causata da un’overdose di farmaci, o procurata. E cosa cambierebbe? Ci interesserebbe? Abbiamo il dovere di cronaca, è vero. O meglio, avremmo il dovere di cronaca se dovessimo raccontare un’impresa in un Gran Premio della Montagna, una di quelle imprese a cui Pantani ci aveva abituato. Avremmo il dovere di cronaca se avessimo dovuto annunciare che il Pirata stava perfezionando la condizione atletica in vista dell’imminente Giro d’Italia. Niente di tutto questo! Oggi di sport non parleremo. Se non altro, per non continuare ad irrorare di linfa questo star system perverso, con le sue perverse componenti (non ultima la stampa), con le sue dinamiche perverse, pronto ad offrirti il Paradiso a patto che si soggiaccia alle sue regole, a patto che tu sia il migliore. Lo stesso star system pronto a buttarti nel fango e a dimenticarti quando non riuscirai più ad onorare queste regole, perché fisicamente e psicologicamente resti uomo, anche se ti hanno fatto credere di essere un dio, e come tale ti hanno trattato. Discorsi sul doping, sulla solitudine del post-carriera, e su quant’altro riguardi una stella sul viale del tramonto, ne abbiamo sentiti troppi, e nemmeno immaginiamo quanti ne sentiremo ancora. E, d’altra parte, sarebbe troppo facile dire: “Pantani vogliamo ricordarlo così”, e continuare a proporre ipocritamente le immagini dei suoi successi, delle sue scalate, del suo look stravagante, del suo volto a metà fra il sofferto e il soddisfatto nel tagliare un traguardo. Forse, per negazione, al cuore del problema è arrivato Guidolin, allenatore di calcio del Palermo, ciclista dilettante ed amico del Pirata, che ai microfoni Rai ha dichiarato: “Se l’atleta era finito, avremmo potuto salvare l’uomo”. E’ comprensibile che un amico faccia questa dichiarazione. Ma come è possibile, in questa società mediale, anzi multimediale, che impazza a tutta velocità nelle strade della nostra vita, distinguere, per un campione dello sport, fra personaggio pubblico e privato, fra uomo e atleta? Ed eccoci tornare sul luogo del delitto: mentre ci accorgiamo che il banco è saltato, soggiacciamo anche noi, quali cronisti, quali appassionati, quali uomini in una società, quali portatori di valori condivisi, alle ferree regole dello star system. E allora non possiamo che dire anche noi, con sincera ipocrisia: “Addio Pirata, non ti dimenticheremo”.

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