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6 luglio 2010

“Non ci saranno tagli per l’Università”: parola di Mariastella Gelmini

Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori. Stiamo ragionando con il Ministro dell’Economia per la scuola su come usare al meglio il 30% dei risparmi, frutto della manovra precedente”.

Con queste parole Mariastella Gelmini cerca di placare le acque agitate, in questi giorni più che mai, dall’ormai “celebre” ddl firmato dal Ministro in persona. Parole che, in un certo senso, contrastano con quelle motivazioni che stanno spingendo ricercatori, docenti e studenti degli atenei di tutta Italia a protestare e manifestare contro i provvedimenti previsti dal disegno di legge.

Disegno che, si stima, verrà approvato in tempi brevi: “La proposta è calendarizzata intorno alla metà di luglio. Su questo c’è l’impegno del Governo e pensiamo di poterla approvare entro settembre, massimo ottobre. Stiamo già lavorando ai decreti attuativi per renderla applicabile”.

Si preannunciano, secondo quanto riferiscono i soggetti direttamente coinvolti dalla futura legge, disagi soprattutto per quanto riguarda l’aspetto economico:

-* tagli di circa 1/5 del totale dei fondi stanziati per l’università italiana;
-* un sensibile aumento delle tasse universitarie, che porterà a una sempre più marcata privatizzazione degli atenei pubblici (che andrebbe a suddividerli, così, in base alla maggiore o minore capacità di gestire le risorse economiche a disposizione);
-* riduzione degli stipendi di docenti ordinari e associati;
-* impossibilità (per quanto riguarda i ricercatori) di farsi riconoscere in pieno i propri diritti e i propri sforzi lavorativi.

Ma, al contrario, il Ministro Gelmini illustra un quadro diverso della situazione, sottolineando che “Il problema delle risorse esiste, è inutile negarlo. Ma dall’inizio della legislatura il dibattito è stato mal posto soprattutto dall’opposizione“.

E aggiunge: “Si dice spesso che altri Paesi hanno scelto di investire nell’Università mentre questo Governo ha tagliato. In realtà, non spendiamo meno di altri Paesi. Il problema è nel modo di investire il denaro. All’Università si passa da un sistema di risorse a pioggia a quello della valutazione. Occorre fare chiarezza attraverso misure, legando l’autonomia alla responsabilità”.

Preoccupa anche la questione, molto delicata, del divario tra università del nord e quelle del sud, che si ritiene possa ulteriormente allargarsi a causa delle predisposizioni del ddl.

Ma, anche in questo caso, la Gelmini precisa: “La nuova agenzia di valutazione sarà operativa da ottobre, con persone di provata esperienza che sono imparziali e devono fare un grande lavoro di valutazione del sistema universitario italiano per colmare il divario fra nord e sud e, questo, proprio per non premiare solo gli atenei del Nord”.

Parole incoraggianti, a quanto pare. Ma verranno ascoltate? Forse sì. E forse no. Proprio così. Forse saranno ascoltate, ma niente vieta di pensare anche il contrario. In effetti suonano un po’ come un modo per giustificare e far accettare una riforma universitaria che, in pratica, rivoluzionerà completamente l’assetto universitario attuale e che, con questa impostazione, sta raccogliendo più dissensi che consensi.

Favorevoli o meno alla “nuova università italiana”, in un periodo di incertezze, l’unica certezza è che qualcosa sta cambiando. Nel bene o nel male.

Sebastiano Liguori

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