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31 agosto 2010

I nostri titoli non bastano per fare carriera. Ma solo in Italia

Tante storie, tutte diverse, eppure tutte uguali. Sono i racconti dei ragazzi e delle ragazze che, non riuscendo a trovare lavoro in Italia, scelgono di tentare la fortuna all’estero. Spesso realizzano i loro sogni, ma a discapito dei legami affettivi che hanno lasciato in patria. E non sono pochi quelli che, se potessero, tornerebbero volentieri a Casa.La storia di Sergio Porta, raccontata dal Fatto Quotidiano, ne è un esempio; le università di Roma, Torino e Milano hanno rifiutato la sua candidatura, ritenendo le sue pubblicazioni insufficienti persino a sostenere le prove orali per professore associato. Nello stesso periodo invia i medesimi titoli in Gran Bretagna, e vince il concorso da professore ordinario all’università di Strathclyde, a Glasgow. Tutt’oggi lavora lì.

Ponendo però sul piatto della bilancia la soddisfazione e la grande esperienza professionale da una parte e la famiglia spezzata e gli altissimi costi umani dall’altro, Sergio ammette di non potersi ritenere soddisfatto al cento per cento, e che se potesse, sarebbe felice di tornare in Italia.

Il suo non è un caso isolato; questa riflessione ci porta a due conclusioni. La prima, è la triste consapevolezza che spesso il nostro bel Paese non riesce ad offrirci un futuro. Il caso di Sergio è strettamente legato all’ambiente universitario, già in convalescenza prima dell’arrivo Gelmini e totalmente ingessato dopo l’approvazione del DDL 1905, ma non è un segreto che un po’ tutti gli ambienti lavorativi siano chiusi e pilotati dal sistema delle conoscenze, del nepotismo, dell’essere “il figlio di.”

La seconda invece, è che se all’estero i cervelli italiani riescono a sfondare, vuol dire che la preparazione delle università nostrane è di buon livello. Ma perché allora fermarsi solo al grado teorico, e non investire di più sul riconoscimento dei giovani, sia in campo universitario che aziendale, così che possano sfruttare quanto appreso ai fini di una carriera professionale? Perché non scommettere di più sulla ricerca? All’estero c’è un maggior numero di lavoratori stranieri rispetto a quelli che vengono in Italia, perché qui non ci sono buone basi né economiche né meritocratiche, e il nostro governo non si rende conto che “la ricerca è un investimento con ripercussioni positive anche sull’economia,” come dice anche Sergio Porta.

E così, l’Italia diventa il Paese di chi ha buone potenzialità ma non riesce a sfruttarle, che in attesa della volta buona invecchia giorno dopo giorno, mette in tasca una laurea che forse non ripagherà i sacrifici cui è costata e finisce a lavorare in un call center. Chi non ci sta si fa coraggio e prepara la valigia.

Marilena Grattacaso

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