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15 agosto 2010

Ricercatori buoni, ricercatori cattivi

Il resoconto sull’attività dei ricercatori dell’ultimo anno alla Sapienza non è dei più positivi: il 9,3% ha inserito meno di due lavori nella banca dati dell’Ateneo. Ciò dimostra una scarsa attività nell’ultimo quinquennio 2004-2008. La facoltà più infeconda, con il 28,9%, si registra a Giurisprudenza. Seguono, alquanto distaccate, Medicina I (13,8%), Scienze Statistiche (13,6%), Sociologia (13,3%), Medicina II (13%).

Qual è la conseguenza di questo dato? I “ricercatori cattivi” rischiano fortemente di penalizzare il loro ateneo. Ben 428 fra professori associati e ordinari e ricercatori potrebbero causare un calo nell’investimento ministeriale nella ricerca.

Standard per ottenere un finanziamento più o meno sostanzioso è, infatti, oltre al merito, la produttività. Altri 340, inoltre, non hanno presentato la relazione annuale sulla loro ricerca. Relazione che, meglio precisarlo, non è facoltativa.

Il Rettore Luigi Frati aveva sentenziato a riguardo: «gli inattivi producono un danno finanziario all’Ateneo… Non esistono diritti senza aver prima dato prova di aver adempiuto ai doveri». Per Frati «è interesse dei docenti che si impegnano chiedere atti e non solo parole che differenzino chi fa il proprio dovere da chi no».

Prima di sentenziare anche noi a riguardo, al di fuori dei dati reperibili dall’esterno, vi è un altro dato da portare alla luce. I ricercatori, sempre più spesso, sono invitati (per usare un eufemismo) a cimentarsi nella didattica dai docenti di riferimento oltre che a seguire gli studenti nelle loro attività, ad esempio correggendo test, tenendo esami e lezioni e seguendo delle tesi.

Oltre a ciò, considerando anche i compensi non esattamente faraonici, si può pretendere un impegno quasi ossessivo a ragazzi che, fondamentalmente, hanno solo l’ambizione di poter portare avanti un pensiero, un’intuizione o un progetto scientifico potenzialmente utile a ingenti parti della loro comunità e si trovano impelagati in concorsi sempre più carenti, fondi eterei, mezzi arretrati e una situazione che spesso scivola verso uno pseudoschiavismo?

Sorge dunque una domanda: perché non lasciare la ricerca ai ricercatori e le lezioni e le tesi ai professori evitando di confondere i ruoli? Perché non aiutare la ricerca eliminando certo le piante grasse ma anche aumentando e valorizzando il lavoro dei fiori che pure, con poca terra e sole, continuano a crescere nel giardino italico?

Ma soprattutto, è un caso che la polemica sia venuta fuori proprio dinanzi alla scure gelminiana che si sta per abbattere sulla ricerca e sull’università? Ai posteri… e al vostro pensiero affidiamo l’ardua sentenza.


Tommaso Ceruso

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