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27 settembre 2010

Università di Genova: Avvio dell’attività didattica 2010/11, protesta dei ricercatori, problemi dell’Università, problemi della Facoltà

La Facoltà di Economia incomincia regolarmente le lezioni dell’a.a. 2010/11 dopo un settimana di rinvio legata alla agitazione dei ricercatori

Questa settimana è stata utilizzata in Facoltà per una riflessione che, muovendo dalla legittima e condivisibile protesta dei ricercatori a fronte di un carico didattico da loro sostenuto al di fuori di quanto previsto dalla legge, si è focalizzata sul progressivo depauperamento dell’Università pubblica in termini di drastica e ormai insostenibile decurtazione delle risorse finanziarie e di mancato sviluppo e riequilibrio, a livello nazionale e locale, della docenza.

Per quanto riguarda la Facoltà di Economia va ricordato il fatto che i ricercatori (un terzo dell’organico) pur non avendo un obbligo di docenza in realtà coprono un quarto degli insegnamenti, tra i quali molti insegnamenti fondamentali e obbligatori del triennio. Al “volontariato” (gratuito) dei ricercatori si sommano poi il “volontariato” dei professori pensionati che sentono di dover sostenere comunque, sempre a titolo gratuito (corsi liberi pareggiati), l’offerta didattica, quello di quei professori di I e II fascia che svolgono da anni insegnamenti ulteriori rispetto al carico didattico dovuto per legge, quello degli esperti esterni che insegnano e apportano le loro esperienze professionali con contratti “a titolo gratuito”.

In altri termini, al di là dell’aver assicurato il regolare svolgimento della didattica per l’a.a. 2010/11, il quadro che si configura segnala la problematica sostenibilità nel tempo dell’offerta formativa della Facoltà che però, come è dimostrato dalle iscrizioni ai corsi di laurea e dalla dinamica dell’inserimento nel mondo del lavoro dei laureati, risponde a reali bisogni del territorio: il rischio, data la carenza di risorse, è di trovarsi nel prossimo futuro a dover ridurre l’offerta formativa eliminando corsi di laurea e/o ricorrendo al “numero chiuso”, con ricadute pesanti sulla società e sull’economia locale proprio in un momento nel quale l’investimento in formazione rappresenta uno strumento importante per reagire alla crisi.

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