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18 dicembre 2010

I giovani e il futuro, nel contesto delle ultime riforme gattopardesche

La realtà politica, sociale, culturale di oggi, ormai ha spinto noi giovani ad un bivio: o ci rassegniamo, con la cancellazione dei nostri sogni e dei nostri progetti per il futuro, oppure si può optare per una lenta sonnolenza, vegetazione, rassegnazione, una morte interiore, graduale, distraendoci magari con “L’Isola dei Famosi”, “Amici”, il “Grande Fratello”, o seguendo i talk-show che non lasciano riposare in pace neanche i morti.

Ma esiste un’altra strada che è quella di accumulare titoli: lauree triennali, specialistiche o magistrali, master, dottorati di ricerca, che come ha ribadito Umberto Eco, ti fanno diventare dottore tre o quattro volte, ma poi serviranno solo se i potenti di turno ti aiuteranno a fare carriera. “Come faranno all’estero a prendere sul serio i nostri dottori anche se arriveranno con le tasche piene di stupidi crediti?” – ha sottolineato Eco in un articolo su “Repubblica” e, infatti, non ha tutti i torti.

Nel ’68 i nostri genitori hanno combattuto per svegliare un ambiente ingiusto, ormai anacronistico, per costruire nuovi ideali e nuove mete culturali. Ma oggi perché devono predominare l’accettazione pedissequa delle idee degli altri, la menzogna, il lavaggio del cervello? Penso, invece, che sia giunta l’ora di prendere consapevolezza che il torpore, la rassegnazione non si possono accettare, perché nell’epoca postmoderna, per quanto corrotta e povera di ideali, si può lottare per cambiare, si può ribaltare la storia. Ci vuole una nuova autentica metanoia. Il mondo deve svegliarsi dall’illegalità dei ras, e solo la lotta, la rivoluzione culturale, specie giovanile, può capovolgere la realtà irrazionale di oggi. Mi ritorna alla mente quanto ha affermato recentemente il Ministro della Pubblica Istruzione: “la situazione dei precari non è un mio problema, poiché la responsabilità è da attribuire ai governi precedenti che hanno distribuito posti di cui la scuola non aveva bisogno. Comunque, tra 6-7 anni si spera in un assorbimento dei 220 mila lavoratori”.

Ma allora, gli studenti, i precari della scuola, i ricercatori, a chi devono chiedere aiuto se non allo Stato?
Pertanto, ridiamoci sopra quando il Ministro Gelmini dice che meno ore di lezione fanno più cultura, perché secondo lei conta solo la qualità, ma una qualità creata con i tagli; ridiamoci sopra quando il Ministro Tremonti invita a leggere meno libri e a esibire più fatti. Ma quali fatti? I fatti di un’eventuale società dominata dall’ignoranza, senza la possibilità di un’istruzione per tutti, con le università al collasso, in procinto di chiudere o di essere privatizzate? I fatti di una società in cui le scuole sono costrette a farsi sponsorizzare dalla Coca Cola e inserire i marchi commerciali sui banchi di scuola? Se lo Stato, come dicono, è una famiglia che deve governare il suo bilancio, non credo che il padre deve prima tagliare le spese per l’istruzione dei figli. Bisogna investire nella cultura, nell’educazione, nella ricerca, perché da esse dipende lo sviluppo e il progresso di una nazione. Perché si sta oscurando l’unico canale che può portare concretezza, modernità e il decollo di uno Stato? Come potrebbero essere, domani, la Scuola e l’Università dei tagli, con i docenti che non formano, con ingegneri che sbagliano i calcoli, con i medici che uccidono i pazienti e con la disperazione nell’animo di tutti? Per apparire severi, si ripristinano concorsi di idoneità, abilitazioni scientifiche di cui non si conoscono le istanze di serietà, di controllo e di efficienza. Si prospettano tirocini per gli aspiranti insegnanti, secondo cui, seguendo il modello leghista, i posti verranno decisi in accordo con gli uffici scolastici regionali. Di conseguenza, in Calabria, il fabbisogno di docenti potrebbe equivalere a zero. Poi, viene istituzionalizzato il concetto di ricercatore a tempo determinato, pronto ad essere licenziato dopo sei anni (come se fosse un dipendente di un’azienda).

Al termine di questo periodo o riesce a diventare professore associato, oppure lascia la carriera universitaria, accontentandosi di qualche titolo in più per i concorsi pubblici. Il meccanismo del rinnovamento, per favorire le opportunità relative ai più giovani resta tutto una chimera; le poche risorse basteranno appena per gli associati e gli ordinari e, forse, per gli attuali ricercatori. Non si guarda agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Francia, ma l’Italia ha destinato alla ricerca e allo sviluppo soltanto l’1,1% del PIL, la metà rispetto ai Paesi del G7 (2,2%). Spendiamo, inoltre, il 4,5% del PIL nelle istituzioni scolastiche; dietro di noi c’è solo la Repubblica Slovacca. Il Ministro Gelmini non si è ancora reso conto del fatto che le riforme si fanno con i fondi e non con il taglio di essi.

Infine, il Governo insiste sull’eventuale azione volta all’eliminazione delle baronie nelle Università, con l’incompatibilità fino al quarto grado, che riguarda tutti i professori per le assunzioni nello stesso dipartimento. Nell’ambito dell’intera Università, il limite riguarda solo i parenti del rettore, del direttore generale e dei componenti del consiglio d’amministrazione. Tutto ciò non elimina, anzi, a mio parere, stimola, paradossalmente, la possibilità di accordi incrociati, per sistemare i protetti in un’altra sede o in altri dipartimenti.
Alla fine, tutto ciò sarà l’emblema della natura inguaribilmente gattopardesca di tanta azione politica: “perché rimanga tutto com’è, bisogna che tutto cambi”; grandi promesse di epocali riforme che aspirano a cambiare tutto e che finiscono poi per lasciare tutto come prima, in questo caso peggio di prima.

Francesco De Pascale

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