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24 gennaio 2011

Quando l’università non basta. Le aziende preferiscono l’esperienza.

Un’indagine di Eurobarometro svela i retroscena nella selezione del personale di 7 mila imprese in 31 nazioni europee.
Sorpendenti i risultati.
Contrariamente a quanto viene generalmente consigliato ai giovani, le aziende non badano agli atenei di provenienza, ne tanto meno considerano un periodo formativo all’estero come selettivo.

Le aziende che meno si occupano del prestigio degli atenei di provenienza sono in Germania, Svezia e Francia, che gradiscono maggiormente l’esperienza lavorativa regressa. Mentre risulta fondamentale in Grecia e Turchia.

Per quanto riguarda le aziende italiane, esse non considerano fondamentale l’università di provenienza (solo il 12% lo ritiene un dato rilevante, mentre per il 34% dei manager lo ritiene un dato interessante,ma non prioritario) ,bensì un periodo formativo all’estero (per il 36% )e ancor di più chi può vantare nel proprio curriculum un tirocinio internazionale.

Se il 45 % dei datori di lavoro italiani ritiene uno stage all’estero fondamentale, non lo è per il resto degli imprenditori europei. L’indice più basso è in Olanda dove sfiora solamente il 18%, poi Francia al 23% e Germania al 25%.

Il dato che accomuna tutta l’Europa è l’alto valore dato all’esperienza. Il candidato deve avere già acquisito l’esperienza nel settore per ben nove imprenditori su dieci. Ecco i dati paradossali:
Germania 91%,
Regno Unito 88%,
Francia 87%,
Spagna 86%,
Olanda 84%,
Italia 81%.

Come costruirsi l’esperienza, se nessuno è disposto a dare una prima possibilità?
La domanda paradossale è sempre la stessa.

Da anni, ormai, l’Italia ha costretto i suoi giovani a confrontarsi con la dura realtà dell’esperienza. I vari governi, hanno ritenuto sufficiente creare nuove forme di contratti atipici, come l’apprendistato, per cercare di invitare le aziende (attraverso sgravi fiscali) a dare un’opportunità di crescita a chi si avvicina al suo primo impiego. Ma attenzione un laureato che si presenta alle porte del mondo del lavoro a 25 anni, è giusto che si consideri apprendista e che quindi sia retribuito come tale? Perchè gli anni di studio non sono ritenuti un punto di partenza abbastanza valido, da far superare lo scalino dell’apprendistato pluriannale?

A queste domande nessuno potrà mai rispondere finchè l’unica politica di lavoro giovanile sarà lo sfruttamento, ed in Italia siamo gran maestri in questo.


Irene Cassaniti

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