• Google+
  • Commenta
31 ottobre 2011

Mobbing: è lecito umiliare?

Mobbing Universitario

Mobbing Universitario

Il progressivo incremento demografico e la diminuzione dell’analfabetismo, dagli anni 50’ in poi, hanno profondamente mutato la nostra società. Molti lavori artigianali sono iniziati a scomparire. La scolarizzazione del lavoratore ha prodotto un esercito d’indignati, consci di un futuro altamente a rischio.

L’inesistenza di norme in grado di tutelare gli interessi dei nuovi schiavi, ha generato una pericolosa spirale d’angoscia. In sostanza, la torta è rimasta la stessa, ma gli invitati sono aumentati. Per questo motivo, Biagi e D’antona decisero di creare tantissime fettine striminzite, illudendosi di poter saziare i giovani lavoratori.

I nuovi lavoratori sono laureati ma precari. Perché? Semplice: in questi anni è cresciuta l’aspettativa dei giovani, ma non l’economia italiana. Il mito della crescita professionale si è eclissato. Il nostro futuro è in serio pericolo. Tra l’altro, la logica del divide et impera a breve metterà contro giovani e pensionati; cioè i figli contro i padri. E sarà la fine.

La crisi del lavoro è la cartina al tornasole di un sistema politico saturo, logoro ed insalubre. Le mutate condizioni lavorative hanno generato nuove patologie, tra le quali anche i disturbi della sfera psichica legati allo stress.

Il mobbing è un abuso emozionale capace d’irrompere con veemenza nella psiche del lavoratore. In sostanza è una conseguenza dello schiavismo moderno, ossia di un sistema la cui flessibilità travolge, come un fiume in piena, l’animo dei più deboli.

Le statistiche rivelano da anni dati sconcertanti. Tuttavia, in Italia la mancanza di una legge che configuri il reato di mobbing è, oramai, divenuta proverbiale.

Negli ultimi anni, il disagio lavorativo è cresciuto a dismisura. Secondo recenti statistiche, l’8% dei lavoratori europei, circa 12 milioni, è stato vittima di mobbing sul posto di lavoro. Le percentuali più alte si registrano in Inghilterra (16.4 %), Svezia (10.3), Francia (10%) e Italia (6,8%).

Si stima che in Italia, il fenomeno del mobbing coinvolga direttamente oltre un milione di lavoratori, il 65% al nord e il 35 % al sud, con età media di 43 anni.

Secondo Edoardo Monaco, docente di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma, il mobbing consiste in un lungo, costante, incessante e duraturo processo di azioni vessatorie intenzionali di fronte alle quali la persona vessata non ha più alcun potere di difesa.

“Si verifica una situazione di mobbing quando un dipendente è oggetto di reiterati soprusi da parte di superiori e colleghi e, in particolare, quando vengono poste pratiche dirette ad isolarlo dall’ambiente di lavoro o ad espellerlo con la conseguenza di intaccare gravemente l’equilibrio psico-fisico dello stesso”.

Il mobbing può essere verticale, se operato dai superiori, oppure orizzontale o trasversale quando è messo in atto dai colleghi di pari grado. Esistono tre criteri discernitivi: mobbing strategico, emozionale e non intenzionale.

Si ha m. strategico, quando il dipendente è costretto a subire reiterati soprusi da parte dei superiori. Il m. emozionale, invece, è causa di lampanti alterazioni della sfera relazionale del lavoratore. Infine, il m. è privo d’intenzionalità, quando manca la volontà di isolare o estromettere un lavoratore.

In Italia non vi è alcuna legge che regoli il mobbing. Gli unici riferimenti normativi sono gli articoli 2043 e 2087 del codice civile. Nel 2000, una delibera del Consiglio d’Europa vincolò gli Stati Membri a provvedere alla stesura di una normativa corrispondente.

Tuttavia, il Bel Paese apparve fin da subito, agnostico al credo europeista. In fin dei conti cosa vuoi che siano undici anni di vuoto normativo per una nazione il cui sistema giuridico è notoriamente lento e macchinoso?

La realtà dei fatti, impone un’attenta riflessione.

In assenza di una normativa sul mobbing, ogni strada penale è preclusa. Questo significa che i trattamenti umilianti e vessatori subiti da un ipotetico lavoratore resteranno impuniti.

Si perché non c’è caso che possa reggere ad una simile voragine. Le umiliazioni e i soprusi di chi lavora onestamente, valgono meno di quanto si possa immaginare.

Questo la dice lunga sulla crisi ideologica e morale che, da circa un trentennio, affligge l’Italia.

L’unica, amara consolazione concessa ai perseguitati sul lavoro consiste nella tutela risarcitoria.

Tuttavia, anche le vie del danaro appaiono ruvide ed irte. Infatti, con la recente sentenza n. 20663/2011, la Corte di Cassazione ha chiarito che nei casi di demansionamento professionale, il danno di natura patrimoniale deve essere ugualmente provato, non potendo discendere automaticamente dall’esistenza di un pregiudizio.

In tal modo, la Cassazione ha ricalcato le impronte di un orientamento ormai predominante e, tuttavia, d’eccessivo rigore. La Corte d’Appello di Torino, invece, aveva ammesso il pagamento di un’indennità a titolo di risarcimento del danno di demansionamento, in virtù di idiosincrasie tra incarico formale e suo effettivo espletamento.

In sostanza, una dipendente dell’Ente Regione Valle d’Aosta, dopo aver sottoscritto un nuovo contratto con conferimento di mansioni dirigenziali, si è ritrovata a dover gestire un ufficio del tutto privo di personale e risorse finanziarie.

Dal punto di vista giuridico, si deve constatare l’esistenza di un contratto valido nella forma, un po’ meno nella sostanza. Infatti, alla dipendente vengono conferiti poteri di fatto non espletabili, con conseguenziale lesione del diritto del lavoratore, in questo caso dirigente, a svolgere le proprie mansioni.

Tuttavia, la Cassazione ha scelto di conferire sintomatico valore alla prova del danno, ai sensi dell’art. 2967 cod. civ.

In tal modo, il demansionamento, la dequalificazione, ergo il mobbing, assumono valore di condizione necessaria ma non sufficiente a determinare risarcimento, in quanto il danno, sia esso esistenziale o biologico, va dimostrato in giudizio. In sostanza, oltre alla prova del mobbing, occorre quella della lesione subita.

Il problema si porrebbe qualora non si riuscisse a dar la prova del danno. In tal caso, stando alla decisione della Cassazione, se pur vi fosse una palese lesione della professionalità, il lavoratore non avrebbe diritto ad alcun risarcimento.

Antonio Migliorino

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy