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12 dicembre 2011

Partire dalle diseguaglianze


Nell’ambito del programma organizzato per il 63° anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 1948, il Comune di Forlì ha programmato una tavola rotonda (12 dicembre, dalle ore 17.00 in sala Randi, via delle Torri 13). Ha introdotto e coordinato l’evento l’Assessore alla Pace e ai Diritti Umani del Comune di Forlì Katia Zattoni; sono intervenuti Arrigo Pallotti e Maura de Bernart, docenti dell’Università di Bologna e Pier Luigi Rosetti del Settore Politiche di Welfare del Comune di Forlì. Per l’occasione è stato presente Flavio Lotti, direttore del Coordinamento nazionale enti locali pace e diritti umani Perugia Assisi.

Dalle crisi umanitarie ai percorsi di cittadinanza” è il tema dell’incontro, con un focus di grande attualità: le insurrezioni che hanno coinvolto il continente africano e le ripercussioni sul nostro “sistema accoglienza”.

Di diritti umani si parla sempre più spesso, secondo alcuni anche troppo, con il rischio di fare retorica, una propaganda che ne svaluta il significato profondo e nasconde progetti di egemonia politica.

Il nuovo interventismo umanitario si nasconde dietro a tutte le sue virtù davanti alla sorte catastrofica dei deboli, ai quali bisogna senza indugio portare soccorso, a qualsiasi costo. Ma nessuna operazione è pura” (in Queste guerre dette umanitarie, a cura di Philippe Leymarie e Anne-Cécile Robert, nella rivista Manière de voir n° 120, dicembre 2011).

È il mondo giuridico quello che si è maggiormente occupato dei diritti umani, non solo formulandoli e codificandoli, soprattutto fornendo legittimazione normativa attraverso una digressione filosofica: è possibile estendere le idee liberali sui diritti umani, tipicamente associati all’Occidente, ad altre parti del mondo, dove tali pratiche liberali non fanno parte delle pratiche e dei sistemi di valore localmente affermate?

L’art. 1 della Dichiarazione recita: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.

Karl Jaspers e Jeanne Hersch individuarono il fondamento universale dei diritti umani nell’esigenza assoluta di attualizzazione e affermazione della capacità di libertà propria di ogni essere umano.

È questa capacità di libertà ad essere sottesa alle pretese di un cambiamento che ponga fine alla violazione dei diritti umani: causa precipua dei movimenti della Primavera Araba che dall’anno scorso sono mobilitati nelle regioni del Medio e Vicino Oriente e del Nord Africa.

Si tratta di movimenti pacifisti, che agiscono ad oltranza avanzando richieste di democrazia. Questo fenomeno iniziato nel Nord Africa, ha contagiato il mondo, ispirando Occupy Wall Street e le manifestazioni italiane di questi mesi. “After Arab Spring, liberal groups say it’s time for American Autumn” (di Stephanie Condon in CBS News on line, 4 ottobre 2011)

Le piattaforme politiche sono evidentemente diverse, poiché si tratta di manifestazioni, le prime in sistemi autoritari, le altre in società apparentemente democratiche, ma in queste ultime le degenerazioni oligarchiche con annessi privilegi hanno mosso i cittadini a rivendicare l’esercizio della sovranità fondata costituzionalmente, ma non effettivamente rappresentata dal voto, il quale non appare più strumento di decisione e di ascolto sociale. Del resto, la scienza politica, dall’elaborazione di Toqueville, è lucidamente informata sul fatto che «non basta votare per essere liberi».

In questo periodo di crisi, le proteste sono accomunate anche nell’esprimere dissenso rispetto alle istituzioni finanziarie transnazionali e nazionali e dallo strumento tecnologico per organizzarsi: i social networks infatti facilitano contatti, incontri e formazione di fronti comuni, diventando risorsa globale, indipendente dalla ricchezza dei singoli. Inoltre, si tratta di Headless Movements, ossia di gruppi che non hanno un leader, perché sono i movimenti stessi ad essere carismatici. Già il sociologo Max Weber, sul finire dell’Ottocento, intravide la possibilità di movimenti democratici carismatici che si iscrivessero nella realtà come forza costituente, ma all’epoca tutto era ancora intriso di populismo, cifra che in questo caso è assente. Infatti, oggi, le proteste collettive portano istanze chiare di democraticità, ma non programmi predefiniti o desiderio di autogoverno. Semmai lo scopo è di mettere in tensione il sistema, dando energia ad un buon governo che orienti la propria opera di gestione all’amministrazione del primum vivere . Dire basta in prima persona ai potentati privati o alla resistenza di regimi di mercato annichilenti, nella consapevolezza che nemmeno gli organismi internazionali agiscono radicalmente per cambiare le cose.

I protagonisti della sono soprattutto i giovani, quelli a cui la politica ha riservato precariato, disoccupazione e lo spettro di una nuova povertà .
Sul Mediterraneo si affacciano Paesi molto simili fra loro: economie avariate, oligarchie corrotte, disoccupazione e mancanza di servizi sociali, un sistema che regolarmente sceglie di garantire i privilegi di pochi a scapito della maggioranza. E come sulla sponda sud, anche su quella nord è il momento di riprenderci la democrazia, sostituendo istituzioni ormai agonizzanti con una post politica trasparente e partecipativa. Il futuro ricomincia da noi
” (Loretta Napoleoni, Il Contagio. Perché la crisi economica rivoluzionerà le nostre democrazie, ed. Rizzoli, 2011).

Vengono in luce forme politiche nuove, aperte, di senso, non violente, perché come già in passato è accaduto, le derive violente di pochi, vengono strumentalizzate e manipolate da una regia puntuale che vorrebbe soffocare in radice le proteste per mantenere potere e dominio.

L’opinione europea interpreta i sollevamenti popolari in Africa del Nord ed in Egitto attraverso una griglia vecchia di più di trent’anni: la rivoluzione islamica in Iran. Ma se si osservano quelli che hanno lanciato il movimento, è evidente che si tratta di una generazione post-islamista. I grandi movimenti rivoluzionari degli anni 1970 e 1980, per loro sono roba antica, le battaglie dei loro genitori. Questa nuova generazione non è interessata all’ideologia: gli slogan sono tutti pragmatici e concreti (‘via subito‘). Essi non fanno appello all’islam come i loro predecessori facevano in Algeria alla fine degli anni ’80. Essi esprimono in primo luogo un rifiuto delle dittature corrotte e avanzano una domanda di democrazia. Ciò non significa che i manifestanti sono laici, ma semplicemente che non vedono nell’islam un’ideologia politica. Essi vogliono creare un ordine migliore. Amano la loro patria (come si evince dalle bandiere che sventolano) ma non predicano il nazionalismo. Ancora più originale è il fatto di aver tacitato le teorie complottistiche: non sono designati, infatti, come causa dei mali del mondo arabo gli Stati Uniti o Israele (o la Francia in Tunisia). Tutto ciò mostra che è operante una realtà politica molto solida e matura nel mondo arabo” (Révolution post-islamiste di Olivier Roy, professore e direttore del programma mediterraneo dell’Istituto universitario europeo di Firenze, in Le Monde diplomatique on line, 14 febbraio 2011).

Insomma, se i Paesi ritenuti deboli sanno ormai agire una consapevolezza identitaria e politica così forte, allora si ribaltano le carte in tavola, ossia il presupposto di applicazione dei diritti umani: spetta ora ai Paesi, definiti sarcasticamente, sazi ed incivili l’onere di confrontarsi con il valore dei diritti umani, garantendo dignità, giustizia ed eguaglianza ai cittadini stranieri, ai migranti. È il momento dell’accoglienza quello che più disvela l’ipocrisia e lo svuotamento del riconoscimento della persona: si definiscono diritti umani, diritti assoluti, perché sono di tutti, non dipendono da concessioni o leggi, afferiscono alla natura umana.

Pensiamo alla situazione italiana, dove si è resa necessaria l’ordinanza del Presidente del Consiglio (Ordinanza n. 3982 del 23 novembre 2011) contenente disposizioni urgenti dirette a fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai paesi del Nord Africa. In base ad essa i cittadini stranieri in possesso del permesso di soggiorno, per motivi umanitari o in attesa della protezione temporanea, potranno chiedere l’iscrizione anagrafica nello Schedario della popolazione temporanea. La domanda di iscrizione dovrà essere presentata all’ufficio anagrafe del comune presso il quale il cittadino straniero ha la sua dimora.

La situazione di emergenza sconta molti ostacoli: in un’Italia fortemente arroccata sull’idea di una cittadinanza nazionale come appartenenza culturare esclusiva da difendere (cfr. articolo di Andrea Mari), si ricade nel fanatismo e nell’integralismo che imputiamo ad altre genti. A tal proposito, si è tenuto presso la Facoltà di giurisprudenza dell’Alma Mater un incontro con il professore di criminologia Dario Melossi dedicato alle pratiche di gestione dell’immigrazione irregolare in Italia (locandina):

L’ipotesi proposta è che nei confronti dei migranti irregolari sia in atto un meccanismo di disciplinamento giocato non solo sul ricatto dell’espulsione ma anche, e paradossalmente, sulla ‘disapplicazione’ della normativa da parte degli operatori del diritto”.

Abbiamo già trattato, in un altro articolo, del criterio della cittadinanza europea come status inclusivo e dei suoi rapporti con i diritti umani, prendendo in esame il principio di uguaglianza costituzionalizzato come diritto fondamentale. C’è però da aggiungere che un’analisi psicosociale e cosmopolitica della cittadinanza, adeguata al presente, non può non fare i conti con lo smascheramento delle manipolazioni del potere che giocano con un immaginario di rappresentazione dell’immigrato ambigua e stereotipata. Sfatare questo fantasma etnocentrico permette di cogliere il senso dell’art. 1 sopra citato: l’uguaglianza di cui esso parla non è certo una ‘verità di fatto’. L’uguaglianza è esistenziale e simbolica: è la ‘possibilità misteriosa’ propria di ogni essere umano di essere un soggetto libero e responsabile.

Quest’esigenza assoluta è un’esperienza personale , affettiva e profonda – un sentire – e ricerca le condizioni concrete e reali di attuazione di sviluppo della capacità di libertà, le condizioni di una ‘vita buona’, corrispondenti all’oggetto dei diritti umani particolari, politici e civili, sociali ed economici” (Jeanne Hersch).

Partire non tanto dalle diseguaglianze per mirare all’egualitarismo, quanto intendere la differenza come il di più dell’uguaglianza.

Laura Testoni

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