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15 febbraio 2012

Desertificazione e degrado ambientale: l’Università di Sassari guarda all’Asia per nuovi progetti di ricerca e cooperazione

Diciannove anni di attività, ventisette progetti di ricerca e cooperazione che hanno coinvolto trentasei ricercatori e docenti di sei diversi ex Dipartimenti (Agraria, Scienze Politiche, Economia, Giurisprudenza, Architettura, Scienze), un budget annuale medio di un milione e quattrocentomila euro che dà lavoro a ventitre persone, tra cui assegnisti e tecnico amministrativi, con un età media di trentacinque anni. Sono alcuni dei numeri che raccontano la storia e l’esperienza del Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione (NRD), il Centro Interdipartimentale d’Ateneo che promuove studi e ricerche interdisciplinari sulla desertificazione e sul degrado ambientale.

Dopo aver mosso i primi passi nell’ambito del progetto Medalus, quando da poco si era concluso il Summit mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro, il Centro è stato istituito ufficialmente nel 2000 e dal 2008 è diretto dal professor Pier Paolo Roggero. Nel 2009 si è dotato di uno statuto che ha sancito la nascita di un comitato scientifico esterno all’Ateneo, coordinato dal professor Giuseppe Enne, e di un comitato esecutivo.
Svolgendo un’attività di trasferimento tecnologico, che si traduce nell’applicazione dei risultati della ricerca nelle azioni e nei progetti di cooperazione internazionale, l’NRD opera nel quadro delle finalità stabilite dall’UNCCD, la “Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione”. Il Centro costituisce l’unica realtà italiana a occuparsi nello specifico di questo tema e per l’Università di Sassari contribuisce al presidio nei settori relativi ai cambiamenti climatici e alla biodiversità.

 

L’NRD fa parte del network Desternet International ed è accreditato quale rappresentante della società civile alle sedute della conferenza delle parti, organo supremo della Convenzione. I finanziamenti per i singoli progetti provengono principalmente da bandi dell’Unione Europea, dei Ministeri e della Regione Sardegna: “Scriviamo progetti di continuo – spiega Roggero – di quindici che presentiamo l’anno, uno o due passano la selezione. Della stesura si occupano i ricercatori, i project manager e gli amministrativi. Tutti offrono un contributo fondamentale ed è questa consapevolezza che genera una maggiore coesione e capacità di mettersi in gioco. In questo contesto, all’interno del NRD c’è spazio per studiosi che abbiano un postdoc, conoscano le lingue e abbiano capacità progettuali”.
Per restare competitivi secondo Pier Paolo Roggero “è indispensabile puntare sulla formazione ed è per questo che i visiting professor costituiscono una risorsa preziosissima; occorre sviluppare networking con altre realtà ed è per tale ragione che due persone dello staff si occupano esclusivamente di tenere i rapporti con i partner; bisogna pubblicare su riviste internazionali i risultati delle ricerche visto che questo aspetto ha un peso sempre maggiore ai fini della valutazione”. Le criticità maggiori si annidano “nella burocrazia che ti costringe ad affrontare situazioni paradossali come quella di non poter spendere anche quando le risorse ci sono o di dover bandire dei concorsi per compensi irrisori. Tutti questi impedimenti rallentano inevitabilmente le attività”.

Fino ad ora il Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione ha operato prevalentemente nell’area del Maghreb e nei paesi sub sahariani, ma più di recente si sta aprendo un nuovo fronte: “L’ultima sessione dell’UNCCD si è svolta in Corea del Sud – prosegue Roggero – lì e in altri paesi del continente asiatico ci sono problemi urgenti legati all’erosione del suolo e alla pressione antropica. In questa occasione abbiamo registrato una maggiore sensibilità politica intorno alle problematiche legate alla desertificazione e alla necessità di coinvolgere scienziati e ricercatori per individuare delle soluzioni”.

Questo nuovo orientamento a livello globale si traduce in una grande sfida per l’NRD e l’Università di Sassari: “Dobbiamo allestire un gruppo interdisciplinare capace di fornire risposte articolate che tengano conto delle implicazioni sociali, economiche e politiche all’origine dei problemi di sviluppo di un paese – afferma Roggero – tutto questo richiede competenze e profili diversificati che devono essere integrati tra loro, che nel nostro Ateneo esistono o possono essere formati.

 

In questa prospettiva per l’Università la sfida lanciata dall’UNCCD costituisce una straordinaria opportunità di crescere e di diventare ancora più protagonisti nello scenario internazionale”.Nel frattempo, proprio in questi giorni, il Centro ha lasciato una delle due sedi in viale Italia per approdare all’ultimo piano dell’ex facoltà di Agraria. Nelle prossime settimane sarà individuata un’ulteriore soluzione per completare il trasferimento.

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