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28 febbraio 2012

Lo sfogo di una generazione: “Oggi vorrei almeno una speranza. Ma non ce l’ho.”

Quando ho iniziato a scrivere quest’articolo, pensavo semplicemente di sviluppare un’analisi sui pro e sui contro che avrebbero portato un’ipotetica abolizione del valore legale del titolo di studio, oggetto di recente attenzione da parte del governo. Da una prima ricerca in rete tuttavia non ne sono uscito per niente soddisfatto, in quanto non ho fatto altro che imbattermi in luoghi comuni e copia-incolla, con le stesse frasi riportate in siti diversi con la sola differenza della firma a piè di pagina. Deluso dallo scarso riscontro su internet su un tema di riforma così importante e particolare, ho cambiato approccio alla questione, prendendo un blocchetto e rivolgendomi ai diretti interessati: gli studenti.
Da quel momento avrei stravolto la mia analisi intraprendendo un percorso verso una’interpretazione più diretta possibile della situazione dell’università italiana.
Come prima osservazione della mia piccola inchiesta, mi ha colpito molto il tono di sfogo che accomunava ragazzi e ragazze, scelti tra quelli con percorsi formativi molto vicini al traguardo della laurea. Molto spesso ho letto nelle loro espressioni rabbia ed esasperazione, ma anche tanta voglia di non darsi per vinti.

In particolare mi ha colpito il dialogo con Mia, studentessa 26enne di psicologia, a pochi mesi dalla laurea specialitica. Mia è una ragazza in gamba, ha studiato da fuori sede e nella sua vita ha puntato moltissimo sui suoi studi, non si è risparmiata dal compiere dei sacrifici in vista di raggiungere il suo obiettivo, e se oggi dovesse dare un giudizio complessivo al suo percorso formativo, non ha dubbi: è profondamente delusa.

“Cos’ha di sbagliato il sistema di (d)istruzione italiano?”.
Per lei, e per molti altri studenti, l’origine va ricercata nella società stessa, in quanto lo Stato non ne è che il riflesso.
L’università italiana soffre di malattie strutturali che non gli permettono nemmeno lontanamente di avvicinarsi allo standard delle migliori università internazionali. Ormai chi si iscrive a “La Sapienza” di Roma deve sapere che non avrà mai un livello di educazione di altissimo spessore come ci si aspetterebbe dalla più grande università europea.
Mia si riferisce alla sua esperienza nella facoltà di Psicologia della capitale: una struttura disorganizzata strutturalmente e umanamente, priva di laboratori o qualsiasi altro mezzo di perfezionamento professionale, professori annoiati e incompetenti dai metodi didattici e di valutazione perlomeno discutibili. “In questo ambiente, parlare di crescita professionale e intellettuale è un eufemismo, la società moderna impone tempistiche e modalità di accesso al mondo del lavoro che non sono coerenti con la burocrazia ed il livello di formazione riscontrabile negli atenei”.
Inoltre per Mia è intollerabile la burocratizzazione esasperata dell’apparato nel suo complesso, un apparato che può far passare un anno intero dalla laurea triennale all’immatricolazione al corso specialistico. Un apparato che vede solo numeri da organizzare (e pure male) e mai persone.

Daniele Bertolini è un economista molto esperto in materia di liberalizzazioni, ricercatore all’università di Toronto. In una recente intervista alla redazione on-line del “Linkiesta” ha espresso tutta la sua preoccupazione per la situazione italiana, e così facendo non ha fatto altro che conferire autorevolezza alle perplessità di milioni di studenti. Il docente non ha fiducia nello Stato come centro del sistema educativo, incapace di realizzare la”ratio” della sua stessa istituzione. Bertolini afferma che il sistema è dominato da troppe resistenze alle prospettive di riforme PROFONDAMENTE strutturali in materia di istruzione. Resistenze culturali, ideologiche e corporative. Tutte le conseguenze sono tristemente note: baroni universitari, inefficienze e ineguaglianze all’interno del sistema scuola.
Da qui la necessità di una riforma che dia una scossa necessaria all’interno del sistema, come in maniera non del tutto condivisibile potrebbe essere l’abolizione del valore legale del titolo di studio, e la conseguente istituzione di agenzie di valutazione delle università, indipendenti dallo Stato Centrale, che possano esprimere giudizi sulla qualità degli insegnamenti e sull’adeguatezza delle strutture, per orientare la domanda di lavoro nella scelta del capitale umano facendosi guidare anche dall’istituto da cui esso proviene. Questo se da un lato può sembrare fonte di iniquità, dall’altro può rappresentare un incentivo all’innovazione e al cambiamento.

Forse Mia non sa nulla in materia di liberalizzazioni, ma sicuramente con la sua sincerità e la sua esperienza nata dai problemi di ogni giorno, ha capito che, in un modo o nell’altro, occorrono svolte profonde e decisive, e rappresenta alla perfezione migliaia di studenti troppo spesso abbandonati e ancora più facilmente relegati troppo frettolosamente al ruolo di “bamboccioni” della società,il classico fare di tutta l’erba un fascio.
La crescita necessita dei suoi strumenti, e se questi sono negati, la crescita non c’è, e la società va in crisi.

Mia rappresenta una generazione che termina in coro questa piccola inchiesta urlando insieme quello che più di un appello, è un triste sfogo:  “Tra 6 mesi finisco l’università, e oggi vorrei almeno una speranza che nella mia vita ce la farò. Ma non ce l’ho.”

 

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