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22 aprile 2012

Il colloquio di lavoro: tra cinema e realtà

“Passiamo a uno screening delle sue caratteristiche psicologiche, parliamo pure liberamente per conoscerci meglio… allora, quale crede che sia il suo maggior pregio?” “La sincerità”, “E il suo principale difetto?” “La sincerità”, “Qual è la sua più grande aspirazione?” “La sincerità” , “E allora mi dica, qual è il reddito annuo della sua famiglia?” “La sincerità.”
Indimenticabile, per chiunque l’abbia vista almeno una volta, questa scena del film di Marco Ponti, Santa Maradona, in cui vediamo un brillante Stefano Accorsi nel ruolo di un neolaureato in Lettere Moderne, Andrea, alle prese con uno dei tanti colloqui di lavoro che costellano le sue giornate torinesi.

Seguendo un rituale ormai consolidato, ogni giorno il protagonista indossa il suo impeccabile completo nero, “quel simpatico completino da gangster” secondo le parole del suo coinquilino Bart (Libero De Rienzo), e si avventura tra gli uffici delle risorse umane alla ricerca di un lavoro. L’impresa è ardua: laurea in Lettere, 107, nessun precedente lavorativo; selezionatori crudeli o completamente disinteressati e infinite e improbabili domande per le quali cercare risposte sensate, o quasi.
Impossibile non immedesimarci in questo personaggio o sentire risuonare dentro di noi, anche solo per un attimo, la parola “sincerità” mentre cerchiamo il maggior pregio con cui descriverci al nostro colloquio di lavoro. Allontanata la citazione cinematografica dai nostri pensieri, ritorniamo immediatamente nell’ufficio, di fronte agli occhi indagatori che ci selezioneranno. È necessario rimanere concentrati e tenere a bada l’ansia che inevitabilmente ci assalirà.
È importante presentarsi al colloquio informati sulle attività dell’azienda, sulle linee guida che la caratterizzano e sulle capacità richieste dal ruolo per il quale si ha intenzione di candidarsi. Questo ci permetterà di scegliere quali tra le nostre qualità ed esperienze mettere in risalto e valorizzare.

A tal proposito è importante dimostrare buone capacità di autovalutazione. Rispondendo alla domanda sui nostri difetti, non dimentichiamo di sottolineare i nostri tentativi per migliorarci e di trovare, in un certo senso, il lato positivo del nostro “tallone d’Achille”. Fondamentale inoltre ascoltare bene le domande e rispondere con precisione senza inutili divagazioni. Ma ciò che forse più conta è avere fiducia in se stessi e per primi credere alle proprie potenzialità.
È questo infatti che in una delle battute finali del film, Bart rimprovera all’amico Andrea, stanco dei continui fallimenti: “Sono io quello che va ai colloqui sapendo già che li vuole perdere?”, chiede provocatoriamente. Il colloquio come un match, come una gara dall’esito imprevisto ma che chiede di essere affrontata a testa alta, confidando nelle possibilità di uscirne vincitori.

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