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11 aprile 2012

L’avv. Giulia Bongiorno perseguitata dallo stalker della Hunziker

Lo stalker in un caso su tre è recidivo e denuncia/condanna non fermano la sua ossessione! Talvolta il soggetto diventa più feroce!
Diversi quotidiani e settimanali riportano le dichiarazioni dell’avv. Bongiorno relative alla persecuzione subita dalla stessa da parte dello stalker che in passato ha molestato Michelle Hunziker. La vittima dichiara: «Con quest’uomo combattiamo da un bel po’, è stato pure già processato. Cerco di arginarlo, non gli do retta, al telefono faccio rispondere dai miei collaboratori. Però, ecco, è abbastanza insistente».

La notizia non ci stupisce. Spesso lo stalker «estende» la sua persecuzione alle persone vicine alla vittima, con la finalità di arrecare ulteriore danno psicologico alla stessa, farla sentire sotto pressione e auto-alimentare la sua speranza di ottenere una reazione diretta da parte della persona molestata. Lo stalker, in un caso su tre, dopo la denuncia/condanna continua a perseguitare la vittima, spesso con una ferocia maggiore al periodo precedente; non di rado questa condotta sfocia in atti gravi, tra cui l’omicidio della perseguitata. Questo ha diminuito drasticamente la fiducia delle vittime nell’autorità e le denunce per stalking.

I dati di una ricerca dell’Osservatorio Nazionale Stalking confermano che la propensione a denunciare è bassa: solo il 65% degli intervistati (campione di 600 persone dai 18 ai 70 anni) denuncerebbe un caso di stalking, mentre tra coloro che optano per una non denuncia, il 70% indica come motivazione la mancanza di sicurezza nel periodo successivo e il 30% ha persino paura di non essere creduto dalle forze dell’ordine.
Il 95% chiede che sia istituito per i presunti autori (stalker) un percorso di risocializzazione dato che nel solo nel 60% dei casi le misure cautelari fermano la recidiva dei presunti autori (uno su tre dopo la denuncia continua a perseguitare la vittima).

ECCO UNO DEI MOTIVI PER I QUALI LE VITTIME NON DENUNCIANO: POCA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI E SCARSA TUTELA DOPO LA DENUNCIA.
In generale, le motivazioni che le vittime adducono per la mancata denuncia sono sostanzialmente di quattro tipi:
 la sfiducia verso le autorità (nessuna garanzia di sicurezza o protezione dopo la denuncia)
 la paura di peggiorare la situazione persecutoria
 la difficoltà a far fronte alle spese legali in quanto il patrocinio gratuito non è previsto per tutti e la vittima che decide di denunciare deve affrontare da sola ingenti spese.
 il fatto di voler aiutare il presunto autore senza farlo condannare, dato nel 90% circa è un conoscente o un familiare, e dato che spesso la denuncia non ferma lo stalker.

Questo dato è importante ed è sufficiente a far emergere alcuni interrogativi, incentrati principalmente sull’inefficacia della coercizione, da sola, per far fronte ad una condotta criminosa che affonda le proprie radici in un disagio psicologico dello stalker, soggetto che spesso presenta gravi difficoltà ad elaborare l’abbandono della persona amata a causa di traumi abbandonici vissuti o percepiti nell’infanzia.
La denuncia fonda la sua efficacia sulla capacità cognitiva del persecutore di analizzare la situazione e prendere autonomamente consapevolezza dei suoi atti, ma è chiaro che lo stalker stesso, in buona parte dei casi, ha già perduto la capacità di mantenere un buon livello di contatto con la realtà quando si trova nell’ossessione di ritrovare una vicinanza con la vittima.
Se la legge prevedesse la possibilità per lo stalker di prendere parte ad un percorso di risocializzazione, l’altissima recidiva del reato potrebbe diminuire drasticamente.

Dal 2007, l’Osservatorio Nazionale Stalking, associazione di volontariato che opera su Roma e in diversi centri sul territorio nazionale, ha istituito il Centro Presunti Autori, il cui obiettivo è quello di segnalare a tutte le persone che si trovano a mettere in pratica agiti persecutori la possibilità di uscire dalla condizione di persecutore grazie ad una presa di coscienza del problema e ad un supporto psicologico specializzato coordinato da esperti.

Il percorso è gratuito, e 130 stalker sono già stati risocializzati lasciando intravedere alle proprie vittime lo spiraglio di una speranza: quella di vivere una vita normale. Il protocollo ha prodotto una serie di dati incoraggianti: il 40% degli stalker ha raggiunto un completo contenimento degli atti persecutori, mentre nel 25% dei casi si è verificata una significativa diminuzione dell’attività vessatoria, della recidiva, e la prevenzione degli agiti più gravi. Cosa aspettiamo a cambiare questa legge per tutelare maggiormente le vittime? Senza prevenzione – e la prevenzione parte dall’azione diretta sullo stalker, soggetto che deve essere fermato in tempo e con gli strumenti adeguati – lo stalking rimarrà “un allarme sociale” irrisolto. Il nostro appello è rivolto al ministro Elsa Fornero.

Di seguito, il dibattito “nuova legge” in Gran Bretagna, la giungla dei Social Network e il fenomeno del cyber-stalking, i più gravi casi di cronaca dello scorso anno, un ritratto psicologico dello stalker e la presentazione del libro “Rifiuto Tossico – stalker e trattamento: prigione o terapia?” a cura del presidente dell’Osservatorio Nazionale Stalking, Massimo Lattanzi.
Contatti: Numero nazionale stalking: 0644246573 Mail: presuntiautori@stalking.it Web: www.centropresuntiautori.it – www.stalking.it – www.osservatoriosicurezza.it – www.mediacrime.it
Twitter: stalkingitaly – Skype: stalking.it – Canale su YouTUBE: TubeAIPC

IL DIBATTITO “NUOVA LEGGE” E’ APERTO ANCHE IN GRAN BRETAGNA

Da diverso tempo, in Inghilterra, è fortemente sentita la necessità di introdurre una nuova legge sullo stalking. Casi eclatanti come quello avvenuto ai danni di Claire Waxman, perseguitata da Elliot Fogel, produttore di Sky Sport News ed ex compagno di scuola della signora, hanno alimentato molti dubbi sul fatto che una legge che valuti con leggerezza l’attenzione verso gli eventuali disagi psicologici del presunto autore possa ottenere il risultato di diminuire l’attività vessatoria caratteristica del reato di stalking. Dopo pochi mesi di prigione, infatti, gran parte degli stalker continua a molestare la vittima con maggiore crudeltà e uno spirito di vendetta che non di rado porta all’omicidio della stessa. La parola d’ordine riportata da quasi tutte le testate inglesi è prvenzione. Laura Richards, membro dell’associazione “Protection Against Stalking” sostiene che la nuova legge dovrebbe essere indirizzata in particolare alla prevenzione dell’omicidio e rivolge un pensiero anche al dramma delle vittime: “spesso” – dichiara la Richards – “le vittime soffrono in silenzio l’abuso dello stalker, e quando trovano la forza di denunciare, soffrono per le falle della giustizia; è giunta l’ora di dare ascolto ai loro appelli”. Secondo Harry Fletcher la percentuale degli stalker destinati agli arresti domiciliari e al carcere è così esigua da non permettere loro di usufruire sufficientemente del trattamento di riabilitazione che dovrebbero ricevere per un lasso più lungo tempo, motivo per il quale è necessario che il trattamento venga fatto seguire al presunto autore anche dopo la scarcerazione. Tra le tante voci emerge quella di Alison Hewitt, medico vittima di una forma molto violenta di stalking da parte del suo ex-fidanzato; la dottoressa, in un’intervista, dichiara: “lo stalking distrugge una vita ed è necessario prenderlo molto seriamente; se questo non succederà, quest’incubo riguarderà qualcun altro domani, e potrebbe toccare proprio a voi”.

LE MILLE FACCE DELLA PERSECUZIONE: LA GIUNGLA DEI “SOCIAL”

E’ risaputo che il crimine si adatti alle situazioni sociali più rapidamente della giustizia, e l’aleatoria politica in tema di privacy di alcuni social network favorisce inconsapevolmente la proliferazione di un altro orrendo crimine: lo stalking per mezzo della rete internet, denominato anche cyber-stalking. In Inghilterra ben tre quarti delle vittime sono perseguitate via internet. Dalla sua nascita ad oggi, il popolare Facebook, ha collezionato una lunga serie di “presenze” nelle vicende di stalking, compresi casi finiti in tragedia, come l’omicidio di Putignano (Ba), in cui una ragazza di 22 anni, Antonella Riontino, ha perso la vita in seguito ad una feroce persecuzione agita dal fidanzatino 18enne anche e soprattutto a mezzo Facebook, nel quale possedeva più profili, anche con pseudonimi, per terrorizzare la ragazza con minacce notturne.

Non è raro leggere di ex partner pieni di risentimento che creano profili con le generalità della vittima per diffamarla, diffondere fotografie scattate nell’intimità o confondere gli amici della stessa al fine di ottenere informazioni riservate.
Facebook ha notificato da pochi giorni l’intenzione di creare una sorta di “account verificato per i vip” che intendessero iscriversi al social fugando i dubbi sull’autenticità del profilo (è sufficiente notare il caso di Gabriel Garko: cercando oggi il suo nome e cognome sul popolare social network, si vedranno apparire decine e decine di profili con le sue generalità…). Perché non estendere questo diritto anche agli altri utenti del social, garantendo l’autenticità dei profili prima che qualche utente malintenzionato possa appropriarsi dell’identità di un’altra persona?

E se gli amministratori del sito dovessero considerare una mole di lavoro eccessiva questa forma di tutela per gli utenti, perché non chiedere una verifica del profilo (con richiesta di documento via mail/fax) a seguito di diverse segnalazioni d’abuso da parte degli altri utenti del social (o di una lamentela da parte del soggetto a cui l’identità è stata “rubata”)? Spesso prima che una persona si renda conto di essere stata “clonata” sul social network (è bene ricordare che non tutti hanno un profilo e – per chi non dovesse averne uno – tutelarsi è ancora più difficile) passa molto tempo, e i danni psicologici e morali che si contano dopo atti criminali che passano per il furto d’identità potrebbero essere devastanti.
Prevenire, piuttosto che “curare il crimine”, sarebbe anche in questo caso un grande passo avanti per rendere i social network un reale centro d’aggregazione e di comunicazione e non una grande rogna per chi vuole tutelare la propria identità! E se questa politica venisse abbracciata da tutte le piattaforme di blogging, il problema del cyber-stalking si potrebbe considerare in gran parte risolto!

GIUGNO 2012: IL MESE DELLA SENSIBILIZZAZIONE

A giugno partirà la nuova campagna dell’Osservatorio Nazionale Stalking. L’obiettivo di questo tour nazionale è quello di sensibilizzare cittadinanza, forze dell’ordine, psicologi sul delicato tema dello stalking e della violenza psicologica, partendo da una prospettiva capovolta: lavorare sull’autore per affrontare adeguatamente questo allarme sociale.
Per tutte le istituzioni che volessero ospitarci e partecipare a questa iniziativa, c’è la possibilità di contattarci al numero nazionale 0644246573 e all’indirizzo e-mail: presuntiautori@stalking.it entro il 15 aprile 2012.

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