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7 aprile 2012

Muore Fang Lizhi, la “mano nera” di Tiananmen

All’età di 76 anni si è spento in Arizona l’astrofisico cinese Fang Lizhi, colui che diede vita, nel 1989,  alla protesta di Piazza Tiananmen.

Da allora sono trascorsi ben 23 anni, eppure quel ricordo per molti è ancora vivo. La morte del docente di Tucson è molto rappresentativa, perché cade in un momento molto particolare della storia del Partito comunista cinese: dal 1989, per la prima volta da allora, sono sbocciate delle controversie interne al Comitato centrale.

Nel marzo scorso, infatti, il Partito ha licenziato Bo Xilai, leader neo-maoista della città di Chongqing, accusato di corruzione. Sono in molti a credere che quest’episodio sia solo l’apripista di un eventuale e prossimo acceso dibattito sui fatti di piazza Tiananmen.

Fang Lizhi ispirò una protesta che ha cambiato una generazione e la sua morte segna un profondo vuoto nella storia cinese e mondiale. Oggi sono in tanti a piangerlo, a cominciare da Wang Dan, uno dei leader di quella protesta, ricercato numero uno dal regime subito dopo il massacro che stroncò la speranza dei giovani cinesi, il quale commenta: “nessuna parola può esprimere il mio lutto, Fang ha ispirato la generazione del 1989 e ha risvegliato il desiderio del popolo per i diritti umani e la democrazia“.

Sostenitore dell’indipendenza della scienza, credeva che il suo percorso avrebbe dovuto liberarsi dalle finalità delle teorie marxiste.  Ebbe il coraggio di accusare il Pcc di non aver “alcun successo da esibire” dopo 40 anni di potere assoluto, in seguito chiese la liberazione di Wei Jingsheng, il dissidente che dieci anni prima aveva promosso il “muro della democrazia” (oggi in esilio in Usa).

Subito dopo la durissima repressione, i falchi del Partito comunista cinese, capeggiati dal presidente della Commissione militare centrale Deng Xiaoping, additarono Fang Lizhi come il vero nemico del popolo, la mano nera che si agitava dietro la ribellione studentesca, accusandolo, senza mai provarlo, di agire sotto compenso di “forze straniere ostili” alla Cina.

Di conseguenza lo scienziato fu costretto alla fuga. Prima, nell’ambasciata americana di Pechino, dove si rifugiò con la moglie Li Shuxian e dove rimase per un anno, fino a quando gli fu consentito di espatriare in Usa.

Dall’altra parte del mondo, in terra straniera, ha trovato la pace eterna dopo una vita trascorsa a lottare per i diritti dei suoi studenti e della sua gente.

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