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15 aprile 2012

Quando silenziosamente la crisi uccide anche il coraggio

Ormai da mesi le cronache nere dei telegiornali e dei quotidiani, inchieste e reportage, raccontano di imprenditori e manager  che tritati dai debiti, dalla crisi e dalla burocrazia, scelgono di togliersi la vita come ultimo gesto estremo, quasi come un atto necessario per riappropriarsi di una dignità negata, di una quotidianità a cui è stato sottratto un lavoro che troppo spesso faceva rima con famiglia e quindi con la vita stessa.

I dati forniti dall’Istat, raccontano di un suicidio ogni quattro giorni tra gli imprenditori, con oltre 190 morti di non-lavoro e parlano di quasi il 50% delle imprese che non superano i cinque anni di vita.  Segnali questi che non arrivano da una regione o da una parte povera d’Italia (il Sud per capirci) ma che coinvolgono indistintamente l’intero nostro Paese.

Triste epilogo a questi dati è che non sono aggiornati al 2012 ma al “lontano” 2010, quando qualcuno ancora non credeva alla CRISI ed anzi esortava gli italiani a vivere tranquilli, in una bolla di sapone che in modo del tutto prevedibile, è scoppiata con gran fragore e grandissimi danni.

La classe politica, nonostante le premesse sopra citate, invita, esorta, ordina ed obbliga un mondo, quello fatto di universitari e giovani laureati, esodati dalle aziende italiche ancor prima di aver lasciato loro un curriculum vitae (forse attualmente una delle cose più inutili che gironzolano in rete e sulle scrivanie aziendali), tristi necromanti a cui né l’università, né tantomeno il mondo del lavoro, sembrano aver voglia e interesse a fornire non tanto risposte ma almeno qualche segno di vita tangibile, a rimboccarsi le maniche da bamboccioni e a inventarselo un lavoro, facendo e diventando un’azienda, con le proprie mani e le proprie capacità intrinseche.

Io sono un ragazzo di quasi trent’anni, laureato e “masterizzato” con diverse esperienze lavorative sia nel pubblico che nel privato ma che attualmente è un ragazzo disoccupato come tanti, tantissimi ce ne sono nella mia regione e in tutta l’Italia.

Tanti mi dicono di mettermi in proprio, di tentare, di aprire partita IVA e buttarmi in modo autonomo nel mondo del lavoro e tanti mi dicono invece di aspettare  in un angolo perché questo non è il momento buono per far nulla, soprattutto se sei un ragazzo disoccupato come tanti, tantissimi ce ne sono nella mia regione e in tutta l’Italia.

Ecco, leggendo come la cronaca nera sia oggi legata a filo doppio al mondo del lavoro e a quello del non-lavoro, scopro anche come la crisi non uccida solo persone ma il coraggio di tanti giovani che per paura di non farcela,  smettono semplicemente di provarci (la partita IVA e gli studi di settore sono puro terrore per tanti ragazzi che decidono di mettersi in gioco da autonomi nel mondo del lavoro).

Una classe politica che ancora non ha smesso di essere un arma carica in mano a questi tempi bui e una crisi che ci ha punito senza essere colpevoli, non possono essere però alibi per una resa incondizionata per me e per i tanti, tantissimi ragazzi come ce ne sono nella mia regione e in tutta l’Italia.

Intanto un mio nuovo progetto è stato consegnato perché come tanti, tantissimi ragazzi nella mia regione e in tutta l’Italia, abbiamo troppa voglia di essere vivi e lavorare anche in questi tempi di crisi.

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