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3 Maggio 2012

I rischi dell’anti-politica: l’offesa al Capo dello Stato

La grave crisi economica che sta attanagliando il Paese sta acuendo un fortissimo dissenso sociale nei confronti della politica e delle Istituzioni.

Nella c.d. “casta”, accusata di vivere tra intollerabili e spudorati privilegi, stanno confluendo, non solo amministratori locali e nazionali, ma i rappresentanti di quel potere costituzionale nelle cui forme di rappresentanza spesso avevano trovato rifugio e ascolto le istanze dei cittadini.

Anche il Presidente della Repubblica non è esente da questo malcontento popolare: le dichiarazioni di Beppe Grillo rivolte a Giorgio Napolitano ne sono la dimostrazione lampante; tuttavia occorre tenere ben presente che nel momento in cui l’oggetto di critiche, giudizi e “sfoghi” personali è la massima carica dello Stato si corre il rischio di violare alcune norme poste a tutela della sua persona e della sua altissima funzione. Con la conseguenza di incorrere in responsabilità penali.

Ai sensi dell’art. 278 del Codice Penale “chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni” ; la predetta norma tutela oltre l’onore, quale bene concernente esclusivamente la sfera morale dell’individuo, anche il prestigio che secondo la Suprema Corte è “quel particolare decoro inerente l’augusta persona” del Capo dello Stato (Cass. sent. n. 1019/1978) o più specificatamente “quella particolare essenza e specificazione che assume il decoro quando l’offeso è rivestito di pubbliche funzioni” (Cassa. 8 febbraio 1963).

E’ chiaro, quindi, che l’offesa al prestigio non va confusa con mera mancanza di riguardo.

Ne consegue che ai fini della configurabilità del reato in questione è irrilevante accertare se l’offesa sia recata al Presidente della Repubblica “contemplatione offici” (vale a dire, nell’esercizio della sua funzione), potendosi anche determinare semplicemente in relazione alla sua persona privata.

Sotto il profilo dell’elemento psicologico, non è richiesto, per la sussistenza di tale fattispecie criminosa, un dolo caratterizzato da specifiche finalità ma “è sufficiente la mera volontà di compiere l’azione offensiva con la consapevolezza di arrecare ingiuria alla persona investita della carica di Capo dello Stato” (Cass. Sent. n. 7561/1972).

Per la consumazione del reato non è richiesto che l’offesa avvenga esclusivamente col mezzo della stampa essendo sufficiente la semplice comunicazione della stessa ad un terzo con un mezzo qualsiasi.

Deve rilevarsi che relativamente all’art. 278 c.p. sono state sollevate questioni di legittimità costituzionale, tuttavia ritenute manifestamente infondate; la norma in questione non viola né il principio di pari dignità sociale dei cittadini (Art. 3 Cost.) posto che “essa punisce non la lesione ai beni comuni di ogni persona, ma quella del prestigio della Istituzione, restando in realtà offesa, per l’azione del colpevole, la stessa personalità dello Stato che il Presidente della Repubblica rappresenta” (Cass. sent. n. 5844/1978) né quello di uguaglianza (sulla base di della irragionevolezza e severità della sanzione rispetto a quella prevista per i delitti di ingiuria e diffamazione a lesione dell’onore e del prestigio di un comune cittadino) perché il trattamento differenziato è giustificato dal fatto che va tutelata l’Istituzione dello Stato che il Presidente rappresenta e il “sereno svolgimento delle funzioni connesse alla carica” (Cass. sent. n. 12625/2004).

Inoltre, a mo’ di giustificazione delle proprie parole, non si può invocare in ogni occasione l’art. 21 della Costituzione che tutela, com’è noto, la liberta di manifestazione del proprio pensiero. E’ pur vero, infatti, che l’esercizio del diritto di critica può essere liberamente esercitato anche nei confronti delle istituzioni costituzionali dello Stato, ma trova un limite insuperabile negli altrui diritti egualmente tutelati, quali il prestigio e l’onore. Si vogliono, nella sostanza, punire comportamenti che sviliscono il senso di autorità indispensabile per lo svolgimento dell’altissimo compito cui è chiamato il Capo dello Stato.

Pertanto, se “ in regime democratico devono ritenersi legittime le critiche e le censure, anche severe, purché espresse nell’ambito e nei limiti di una civile dialettica delle opinioni” (Cass. Sent. n. 1427/1978), il diritto di manifestazione del proprio pensiero in alcun modo può essere invocato qualora si intenda dare per certo un “fatto degradante e vituperevole, privo di ogni crisma di certezza” attribuendo all’Istituzione “qualificazioni dispregiative inducenti il discredito, al disprezzo e allo svilimento” (Cass. sent. n. 3998/1977).

E’, quindi, indispensabile massima cautela ogni qual volta ci si pone in posizioni critiche verso il Presidente della Repubblica.

 

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