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26 Maggio 2012

Immaginarsi madre

All’interno del ciclo vitale dei futuri genitori è ovvio che la gravidanza rappresenti un momento assai importante, specialmente in riferimento ai nuovi compiti adattativi che la prosecuzione della specie andrà ad “imporre” allavita di coppia.

La donna, presto madre, è in effetti chiamata ad integrare all’interno della propria identità le nuove funzioni protettive e di cure che una specie come la nostra richiede nel tempo, entrando in un tipo di sintonia del tutto nuova con il cucciolo di cui dovrà prendersi cura.

Durante l’interno arco della gravidanza il suo corpo subirà una serie di trasformazioni, così come la sua mente, atte a prepararla ad esercitare il nuovo ruolo, oltre che ad instillare nel futuro padre una serie di risposte chimiche e relazioni particolarmente utili alla cura maschile del nascituro. S. Vaglio et Al. hanno individuato, in effetti, cinque composti molecolari sviluppati dalle ghiandole sudoripare durante la gravidanza dalle gestanti che agiscono come feromoni preparando, a loro insaputa, i mariti al ruolo di futuri padri (Vaglio S., Mincozzi P. et Al., 2009, Volatile signals during pregnancy: a possibile chimical basis for mother-infant recognition, in Journal Chem. Ecol., 35, pgg. 131-139).

Dal punto di vista prettamente mentale, la gravidanza induce la futura madre a indirizzare il proprio mondo interiore sia in una direzione che potremmo definire regressiva che in una progressiva. Con la prima, si volge inconsciamente a rivedere la propria e primigenia posizione di figlia rispetto alla propria madre, e con la seconda si proietta, sempre inconsciamente, alla costruzione della nuova identità di madre. Ecco perché la gravidanza si configura come un vero e proprio ponte psicologico che la futura madre realizza tra il suo passato e il futuro, fra ciò che le è noto e, specialmente se primipara, ciò che è ignoto.

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Si tratta di un ponte che contribuisce a costruire l’identità della futura madre, modificando oppure confermando mentalmente i sentimenti che hanno caratterizzato il rapporto con la propria madre. Per esempio, nel caso di una relazione conflittuale è possibile rielaborare positivamente tale difficile rapporto e predisporsi alla sua rivalutazione proprio in vista della nuova assunzione di ruolo.

“Questo processo, caratterizzato dal recupero e dalla rielaborazione delle modalità relazionali e di attaccamento vissuti con la propria madre, appare funzionale alla creazione di un legame con il feto prima e con il bambino poi, facilitando e influenzando l’investimento emotivo materno” (Riva Prugnola C., 2012, La relazione genitore-bambino. Tra adeguatezza e rischio, Il Mulino Editore, Bologna, pag. 138).

Grazie a questa situazione mentale, la futura madre si prepara ad attivare ciò che D.W. Winnicott definisce la preoccupazione materna primaria, vale a dire un completo assorbimento nei confronti del neonato che caratterizza l’esistenza della puerpera durante il periodo che segue la nascita.

Ma ciò a cui non si presta ancora la debita attenzione è che, anche in riferimento a questo importante periodo esistenziale, per la donna, futura madre, è assai importante il ponte emotivo che viene a ristabilirsi fra lei e il ricordo della figura paterna. Per esempio, il livello di investimento emotivo raggiunto col padre, la percezione che la donna conserva delle cure paterne ricevute durante l’infanzia, contribuiscono, assieme alla percezione delle cure materne, a prepararla alla genitorialità in riferimento a questo suo passato emotivo ed esistenziale.

Ci troviamo di fronte ad un’altra funzione importante dell’atto educativo umano, perché si scopre, ancora una volta, come nella natura della nostra specie tutte le esperienze abbiano un valore polisemico, ossia significano più cose contemporaneamente. In altri termini, comprendere l’esistenza di questo ponte emotivo, grazie al quale una futura madre si proietta nella sua funzione genitoriale, pensando anche al futuro del proprio figlio, significa comprendere che noi tutti, durante le prime fasi educative, stiamo educando quella prole a diventare non solo adulti e non solo genitori, ma adulti genitori.

E che siano effettivamente adulti-genitori con figli biologici poco importa, perché quello che conta è che in questi atti educativi, che devono avere come predominanza l’attenzione e l’assorbimento verso il mondo infantile, circoli una quota d’amore tale che il futuro adulto potrà diventare un buon genitore simbolico, come accade nel caso non si abbiano propri figli ma ci si ritrovi ad educare, per professione, i figli altrui.

Sapere che all’interno delle relazioni umane non si butta via nulla, significa diventare sempre più consapevoli di quanto ogni fase della nostra vita dipenda dalla precedente e dalla quota di affetto che si è ricevuto, anche se non mancano quei casi resilienti in cui, di fronte all’assenza di amore, si sono sviluppate personalità affettivamente prorompenti.

In linea generale, però, è sempre meglio ricevere qualcosa di più che mostrare invece una mancanza… perché la cosa in più possiamo anche eliminarla, mentre ciò che non si è avuto lo si recupera con fatica, tempo e dedizione.

Alessandro Bertirotti

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