• Google+
  • Commenta
13 maggio 2012

“Imparate a fare le cose difficili”

“È difficile fare le cose difficili. Imparate a fare le cose difficili: regalare una rosa a un cieco , cantare per un sordo.” Recita così una poesia di Gianni Rodari, una poesia semplice, per bambini se volete, ma che, come tutte le favole che questo scrittore ci ha raccontato al telefono, nasconde un’importante verità anche per noi “grandi”.

Nel nostro mondo di grandi, appunto, soprattutto in questo periodo, nulla appare facile, tutto sembra essere, anzi, più difficile di quanto non lo fosse prima. Ci sentiamo ripetere in continuazione che siamo la prima generazione, nell’ultimo secolo, ad avere aspettative di vita peggiori di quelle dei nostri genitori, che difficilmente troveremo un lavoro, che sicuramente non avremo una pensione. Accendendo la televisione o sfogliando un giornale, il panorama che si affaccia davanti ai nostri occhi è, sinceramente, desolante.
Eppure sarebbe bello che una risposta di speranza venisse proprio da noi, dai “condannati”, dai “senza futuro”. E non si tratta di chiudere gli occhi davanti alla realtà, di negare l’evidenza o di essere ingenuamente ottimisti. Lo stesso Rodari non nega l’esistenza delle “cose difficili”, ma ci invita a non arrenderci davanti a queste, a non cadere nell’errore di considerarle impossibili. Il difficile non è l’impossibile.

Racconta Mario Calabresi, nel suo ultimo libro “Cosa tiene accese le stelle”, che, al termine del suo tirocinio estivo presso l’agenzia Ansa, il direttore gli disse che non c’era più posto nel mondo del giornalismo, che avrebbe dovuto chiudere in un cassetto il famoso “tesserino del giornalista”e cercare un vero lavoro per vivere. Ebbene, ad oggi, Mario Calabresi è direttore de La Stampa. Si potrebbe pensare che la sua sia una favola, la storia di un fortunato in mezzo a milioni di sfortunati, oppure si potrebbe, umilmente, riconoscere che a nessuno di noi è data, purtroppo o per fortuna, la facoltà di prevedere con certezza il proprio futuro, che sono infinite le opportunità che possiamo cogliere o ignorare e infiniti sono pure i casi della vita che sfuggono al nostro controllo. L’impossibilità di sapere fin da ora cosa ne sarà di noi, può provocare un senso di vertigine, può farci sentire deboli e fragili, eppure, secondo Nietzsche, l’uomo non si eleva mai tanto in alto come quando non sa dove la sua strada può ancora portarlo. E questo per il semplice fatto che l’uomo è possibilità, è un seme dal quale non sappiamo ancora quali frutti ricaveremo. La libertà spaventa ma è insieme quella leva che al mattino ci spinge ad alzarci, ricordandoci che saremo noi, per quanto possiamo, a plasmare la nostra vita, minuto dopo minuto. Non fosse altro che per la curiosità di sapere cosa accadrà domani, vale la pena vivere, vale la pena sfidare tutti quei “non si può fare” che tentano di sbarrarci la via per il futuro. Occorre impegno, tenacia, consapevolezza dei propri limiti ma anche una buona dose di autostima. Occorre inventiva e fantasia, perché è grazie ad esse che riusciamo ad immaginare qualcosa che vada oltre la realtà, a progettare mondi possibili sulla base dei quali dare forma alla nostra vita. E occorrono le cose difficili, perché sono loro ad aguzzare il nostro ingegno, a farci inventare nuovi mezzi affinché anche un cieco  possa apprezzare una rosa di maggio e anche un sordo possa commuoversi per la melodia di un pianoforte.

 

Google+
© Riproduzione Riservata