• Google+
  • Commenta
8 maggio 2012

La famiglia di fatto nel diritto italiano

Contrariamente a quanto avviene per la famiglia legittima, regolamentata dagli Articoli 143 e seguenti del Codice Civile, non vi è nel nostro ordinamento giuridico alcuna norma che riconosca solennemente la c.d. “famiglia di fatto”, vale a dire quel nucleo sociale sorto dalla stabile convivenza di due persone non formalizzata dal matrimonio, ma che si concretizza nella coabitazione, nella stabilità e notorietà dell’unione e nella comunanza di una vita materiale e spirituale.

Tale dato di fatto è la conseguenza della risaputa avversione della cultura tradizionale di matrice cattolica, che tanta influenza ha esercitato sul legislatore italiano, dei modelli di convivenza non compresi nel vincolo tradizionale.

Ma l’inevitabile mutamento dei costumi sociali che ha imposto in passato la disciplina del divorzio e dell’aborto, seguita a sollecitare una riflessione più approfondita sulle nuove realtà sociali a fini di una loro indispensabile regolamentazione.

Secondo la Suprema Corte affinché possa parlarsi di famiglia di fatto e non di un rapporto occasionale deve accertarsi la sussistenza di un “carattere di stabilità” che attribuisce certezza ad una relazione di fatto e la rende rilevante sotto il profilo giuridico (Cass. sent. n. 3505/1998).

Ad ogni buon conto, se secondo un’impostazione tradizionale si nega qualsiasi configurabilità a questo modello familiare alla luce dell’art. 29 della Costituzione ai sensi del quale “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, alla luce di una diversa lettura della norma costituzionale, si ritiene che quest’ultima, pur affermando una sorta di “superiorità” della famiglia legittima non presenta ostacoli  al riconoscimento di unioni non caratterizzate dal vincolo matrimoniale, ma che sotto il profilo meramente sostanziale non se ne discostano.

Attraverso un orientamento più innovativo si riconosce la famiglia di fatto alla luce dell’Art. 2 della Costituzione, il quale garantisce i diritti inviolabili dell’individuo anche nelle “formazioni sociali” entro cui  si svolge la sua personalità.

Tuttavia sono molte le disposizioni normative e le pronunce della giurisprudenza di legittimità da cui può evincersi un riconoscimento, seppur implicito ed indiretto, della famiglia di fatto. Con riguardo alla filiazione, i rapporti tra genitori e figli naturali (vale a dire, i figli nati al di fuori del matrimonio) sono equiparati a quelli intercorrenti nella famiglia legittima ai sensi del primo comma dell’art. 30 della Costituzione; inoltre l’art.  317 bis del Codice Civile assegna la potestà sul figlio naturale ad entrambi i genitori o a quello che lo ha riconosciuto.

Ai sensi dell’art. 4 della Legge n. 54/2006 la disciplina in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli trova applicazione ai procedimenti relativi ai figli dei genitori non coniugati e sotto il profilo successorio il figlio naturale è equiparato a quello legittimo.

Relativamente ai rapporti coi terzi, i coniuge divorziato qualora conviva con altri continua ad avere diritto  agli alimenti sebbene detta convivenza possa comportare la riduzione e anche la perdita dell’assegno nel caso in cui si riesca a dimostrare continuità e regolarità del rapporto (Cass. sent. n. 17643/2007).

In svariate pronunce la Cassazione  ha riconosciuto al convivente “la pretesa al risarcimento del danno non solo morale, per il pretium doloris subito dal partner di fatto superstite, ma anche patrimoniale nei confronti del terzo che abbia cagionato l’uccisione del soggetto con cui conviveva” in quanto deve garantirsi una tutela all’aspettativa di mantenimento che il soggetto aveva in relazione alla ragionevole previsione del consolidarsi della convivenza già stabile e duratura (Cass. sent. n. 2988/1994).

Il convivente “more uxorio” gode della facoltà di astensione della testimonianza (Art. 199 del Codice di Procedura Penale) e  può subentrare all’assegnatario di alloggio dell’edilizia popolare in quanto appartenente al nucleo familiare (Corte Cost. sent. n. 404/1988).

Sebbene sia impossibile applicare in via analogica la disciplina della famiglia legittima a quella di fatto, potrebbe trovarsi un escamotage  ricorrendo all’autonomia privata, ossia, i conviventi, nella previsione di una duratura convivenza, potrebbero disciplinare i propri rapporti reciproci attraverso un contratto, seppur atipico (Art. 1322 Codice Civile); la violazione degli obblighi assunti comporterebbe un’automatica configurazione a carico dell’inadempiente  di una responsabilità di natura contrattuale.

Appare, quindi, quanto mai indispensabile che il Legislatore si decida una volta per tutte a regolamentare la famiglia di fatto in ragione proprio delle innumerevoli conseguenze che qualsiasi relazione, anche non cristallizzata nel vincolo matrimoniale, può produrre nella vita quotidiana di ogni individuo.

Non è necessario che si giunga ad un formale riconoscimento di detta “formazione sociale”; si potrebbe, infatti, utilizzare lo strumento dell’autonomia privata, l’unica garanzia per i conviventi che la scelta di non legarsi nel matrimonio sia mantenuta sul piano della libertà.

Google+
© Riproduzione Riservata