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1 giugno 2012

2 giugno 1946 – 2 giugno 2012: 66 anni di Repubblica

2 giugno 1946
2 giugno 1946

2 giugno 1946

2 giugno 1946 – 2 giugno 2012: l’Italia si trova a commemorare il 66° anniversario della Repubblica in un clima di profonda inquietudine e cordoglio a seguito del terremoto che ha colpito le popolazioni emiliane.

Innanzi alle più disparate critiche per i costi eccessivi delle celebrazioni a fronte della situazioni di estrema emergenza, anche economica, delle zone ferite dal sisma, il Capo dello Stato ha assicurato sobrietà nello svolgimento della ricorrenza.

Indipendentemente dal cerimoniale e dai rischi sempre in agguato della retorica patriottica, appare, tuttavia, importante soffermarci sulla forma di organizzazione statale del nostro Paese per una maggiore consapevolezza della storia nazionale.

Ai sensi dell’art. 1 della Costituzione l’Italia è una Repubblica; si giunse a tale proclamazione solenne a seguito dell’esito del referendum sulla forma di Stato, svoltosi il 2 giugno 1946 (12.717,923 voti per la Repubblica e 10.719.284 per la monarchia) . Ma non solo. Attraverso tale denominazione si è intenso porre in evidenzia la svolta radicale rispetto al precedente regime che aveva consentito la scalata al potere da parte del fascismo. A tale proposto giova rammentare le parole di Palmiro Togliatti, secondo il quale “la Repubblica non è soltanto il regime che ha cacciato i Savoia; la Repubblica è il regime nel quale il popolo è veramente sovrano e la sovranità popolare si manifesta in tutta la vita dello Stato” (Atti Ass. Cost., vol. I, Assemblea plenaria, 11 marzo 1947, 329).

L’esito del referendum istituzionale del 1946 impose un limite preciso alle scelte dell’Assemblea Costituente il quale è espressamente riportato nell’Art. 139 (“La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”) in cui, dopo aver regolamentato il procedimento di revisione costituzionale (art. 138), è fatto preciso divieto di apportare modifiche, mediante il medesimo strumento, la “forma repubblicana”.

Tale divieto trova la sua ratio nel fatto che la forma repubblicana non trova la sua fonte nella Costituzione, ma in una decisione presa dal popolo nel referendum istituzionale del 2 giugno del 1946. Più precisamente, i padri costituenti decisero di sottrarre la questione istituzionale all’Assemblea Costituente la quale era stata incaricata esclusivamente di “registrare” una decisione già presa. Più precisamente la dichiarazione “l’Italia è una repubblica” contenuta nella Costituzione non riveste alcun valore autonomo non sostituendo l’espressione della volontà popolare.

Si è inteso introdurre questa dichiarazione è nel testo costituzionale “solo per amor di completezza e perché l’assemblea costituente aveva il compito di compilare il testo della nuova Costituzione”. (ESPOSITO, Commento all’articolo 1 della Costituzione, RDP, 1948). In tal modo, l’Assemblea costituente, incaricata dal popolo a scrivere una Costituzione era oggettivamente impossibilitata a permettere che successivamente le nuove Istituzioni potessero modificare quella decisione. Tra i monarchici si ritenne che si potesse superare questo ostacolo abrogando prima l’Art. 139 per poi procedere alla sostituzione legittima della Repubblica con la Monarchia. Trattasi, evidentemente, di argomentazioni tendenziose e puramente formalistiche in quanto è illegittimo rinnegare questa decisione assunta dal popolo se non per vie rivoluzionarie.

Infine, deve aggiungersi che ai sensi dell’Art. 54 della Costituzione incombe su tutti i cittadini il “dovere di essere fedeli alla Repubblica” , un dovere che, parimenti agli altri doveri costituzionalmente imposti, non si esplicita solo in caso di crisi o di emergenza dell’ordinamento costituzionale, ma anche in condizioni di ordinario svolgimento delle attività di rilevanza pubblica. Si è in presenza di un dovere che permea il rapporto tra il cittadino e l’assetto complessivo della Repubblica, che si manifesta nell’esercizio delle libertà, nell’adempimento di altri doveri di rilievo costituzionale e nella disciplina dei poteri pubblici. Anche alla luce del predetto dovere, la forma repubblicana riveste la valenza di un principio non derogabile o sovvertibile giacché fornisce la stessa identità del nostro ordinamento, vale a dire quell’assetto giuridico che non può venire meno senza che ad esserne pregiudicata sia la stessa Repubblica nella sua stessa esistenza.

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