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26 giugno 2012

Chi ha ingannato il cielo di Ustica?

Non se lo chiede solo Claudio Baglioni in una sua celebre canzone datata 1990 (Naso di falco); questa domanda insegue la coscienza civile del popolo italiano da ben 32 anni: chi è responsabile della morte di ben 81 persone a bordo dell’aereo DC – 9 dell’Itavia che durante il volo Bologna-Palermo si inabissò la notte del 27 giugno 1980 nel mare a nord di Ustica?
Trentadue anni di misteri, depistaggi, verità celate, omissioni e omertà; in breve tutto il corollario messo in atto dai c.d. settori deviati dello Stato per tacitare il grido di giustizia delle vittime e dei loro familiari. Un comportamento che spesso si è ripetuto, nelle svariate stragi che molti commentatori non hanno esitato a definire “di Stato”.
Una lunga e inaccettabile lista di vergogne nazionali.
Sulla strage di Ustica sono state fatte svariate ipotesi in questo trentennio di indagini e processi; l’ipotesi avanzata di un cedimento strutturale dell’aereo ben presto si rivelò infondata, quasi risibile e lasciò il posto a ben altre possibilità: collisione con un altro aereo in volo, bomba a bordo oppure missile sparato da un altro aereo.
A sostegno di quest’ultima ipotesi qualche settimana dopo la tragedia, precisamente il 18 luglio, avvenne il ritrovamento sui Monti della Sila (Calabria) dei resti di un aereo di fabbricazione sovietica – un MiG-23MS – ma di appartenenza libica.
Di certo qualcosa di “strano” accadde nella notte del 27 giugno 1980 nei cieli di Ustica; un evento di estrema gravità che coinvolse forze militari straniere (si ipotizza il coinvolgimento di velivoli statunitensi, francesi e libici) e che a farne le spese furono gli 81 passeggeri a bordo del DC-9 Itavia.
Insomma, un vero e proprio “atto di guerra di fatto e non dichiarata” o meglio “un’operazione di polizia internazionale coperta, contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti” come argomentò il Giudice Istruttore Rosario Priore nel 1999 nel rinviare giudizio quasi 70 persone tra ufficiali e generali dell’Aeronautica Militare con l’accusa di “una sistematica distruzione di prove in esecuzione di un preciso progetto, che doveva impedire ogni ricostruzione dei fatti” (rinvio a giudizio del 31/08/1999).
Quale l’accusa mossa contro gli ufficiali dell’Aeronautica Militare? Alto tradimento, o attentato contro organi costituzionali, come più precisamente stabilito dal Codice Penale all’art. 289, posto che costoro hanno compiuto “atti diretti a turbare le attribuzioni del goveno mediante la trasmissione di false informazioni sul coinvolgimento di altri aerei nel disastro aereo del 27 giugno 1980” (Cass. Sent. n. 9174/2007)
Tale tesi accusatoria, tuttavia, dopo essere stata disattesa il 15 dicembre 2005 dalla Corte d’Appello di Roma con l’assoluzione degli alti militari con la formula “perché il fatto non sussiste”, trovò la sua irreversibile caducazione in Cassazione che nel 2007 dichiarò l’inammissibilità del ricorso della Procura Generale assolvendo in via definitiva gli imputati e precludendo in questo modo la possibilità di chiedere almeno un risarcimento per via giudiziaria.
Insomma, oltre il danno la beffa. Di certo ciò che resta di questa amara vicenda è la sconfitta della magistratura che non è riuscita a dare un nome agli ignoti gli autori di questa immane strage; ma non solo: non se ne è compresa nemmeno la ragione.
Accanto all’impossibilità comprensibilissima per i familiari di “archiviare” il dolore per la perdita inspiegabile dei loro cari continuano ad affollarsi nella coscienza della società civile le domande di sempre: chi?, come?, perché?
“Mille aghi nella mente, niente mai risposte” (Naso di falco, Claudio Baglioni).

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