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6 giugno 2012

Diritto o contratto? Ancora una beffa per il precari

Il sito internet dell’UniCt ha pubblicato il D.D. n. 256 del 20/01/2012 e il relativo bando sulla procedura di stabilizzazione di 174 lavoratori precari PUC (l’equivalente odierno dei cosiddetti “lavoratori socialmente utili”), attuata grazie al finanziamento regionale.

Diritto

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Il tema della stabilizzazione dei precari negli enti pubblici occupa da giorni il dibattito pubblico in Sicilia.

E la Regione Sicilia insieme all’Università di Catania sembrerebbero pronte dare il buon esempio: già nell’agosto 2011, infatti, il rettore Antonino Recca e l’on. Lino Leanza discutevano  la necessità di stabilizzare il personale Puc in servizio all’ateneo catanese.

Il 3 agosto 2011 il dirigente generale dell’Assessorato regionale della famiglia, delle politiche sociali e del lavoro, dott.ssa Maria Letizia Di Liberti, rispondeva alla lettera inviata il 1 agosto dal rettore al Presidente della Regione Raffaele Lombardo, con la richiesta di voler “confermare l’attuale finanziamento regionale per i Puc per almeno un altro quinquennio“.

L’on. Leanza aveva allora assicurato l’intenzione della Regione Siciliana di erogare, per altri cinque anni, il contributo per i Puc dell’ateneo. E il rettore poteva quindi confermare, un anno fa, l’intenzione dell’Università di Catania di assumere a tempo indeterminato i lavoratori Puc con un piano pluriennale di stabilizzazione.

Con le dovute premesse da parte del rettore, che nella missiva a Raffaele Lombardo proclamava: “L’intenzione di questo Ateneo di procedere alla graduale stabilizzazione dei lavoratori precari appartenenti al bacino Puc, fermi restando i dovuti adempimenti di tutti gli Enti coinvolti, era già stata confermata in un incontro con i sindacati del luglio scorso. A questo punto per poter procedere speditamente, è necessario il verificarsi di altre due condizioni preliminari“.

Quali fossero le due condizioni preliminari richieste per l’inquadramento nel processo di stabilizzazione era spiegato poco dopo: “La prima condizione è di competenza della Regione: la proroga, per un altro quinquennio, del contratto a termine dei lavoratori interessati e in scadenza il 31 gennaio 2012″.

“In tal senso, occorre che la Regione deliberi formalmente, ovvero avvii il relativo procedimento che conduca al rifinanziamento regionale, in modo da consentire la proroga dei contratti in atto. Soltanto una tale condizione può, infatti, impedire la discontinuità del rapporto di lavoro dei lavoratori Puc onde innescare la procedura di stabilizzazione; tale procedura, poiché graduata nel tempo, può esplicarsi soltanto su rapporti di lavoro in atto e non estinti”.

“L’altra condizione,- proseguiva Recca nella sua lettera– ossia la rinunzia al contenzioso in atto, dipende invece dalla volontà dei singoli lavoratori interessati al processo di stabilizzazione“.

Solo la delibera regionale di rifinanziamento, insomma, prolungando l’impiego dei lavoratori Puc nell’università, può prorogare legittimamente il contratto di lavoro in scadenza. In maniera progressiva e, si spera, entro tempi ragionevoli, l’Università dovrebbe poi operare i singoli provvedimenti di stabilizzazione, nei termini e nei modi suggeriti dal parere dei due giuslavoristi dell’ateneo, Sebastiano Bruno Caruso e Antonio Lo Faro.

Un particolare nelle parole del rettore desta quantomeno qualche inquietudine: la seconda conditio sine qua non per l’accesso dei precari alla stabilizzazione è la “rinunzia al contenzioso in atto“. E anche più inquietante è la formalizzazione ufficiale di questa famigerata seconda “condizione” e la sua inclusione tra le clausole del bando: “Condizione, ai fini dell’inclusione nell’elenco, è la presentazione, al momento dell’istanza, di atto formale di rinuncia, ai sensi della normativa vigente, di natura giudiziale e/o stragiudiziale, da parte dei soggetti coinvolti, alle cause intentate attualmente in corso contro la procedura di stabilizzazione del personale a tempo determinato“.

La clausola, più che porre come indispensabile prerequisito la permanenza prolungata in una data condizione professionale, sembra comunicare un ultimatum ai lavoratori: se intendono essere stabilizzati, nei modi e nei tempi-ovviamente- che appariranno più consoni alla Regione e all’Università, devono rinunciare ad ogni azione giudiziale o stragiudiziale instaurata per la tutela di quei diritti che, pur da precari, hanno maturato.

Se non si vuol proprio pensare ad un ricatto, se non si vuol ricordare l’esistenza di norme costituzionali che garantiscono a ogni cittadino di chiedere giustizia e veder tutelati i suoi diritti, se non si vuol ricordare l’esistenza di sentenze nazionali e stra-nazionali che vietano l’abuso dei contratti a tempo determinato da parte delle amministrazioni pubbliche, si può almeno pensare all’effetto intimidatorio che la clausola ha certamente sortito.

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