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9 giugno 2012

Obiettore di coscienza: in coscienza, non posso!

Oltre il 70% dei ginecologi italiani risulta essere obiettore di coscienza, senza contare i picchi regionali che possono arrivare (specie nel Sud) all’85%, un trend in continua crescita anche per il personale paramedico.

Servizio Civile e Obbiettore di Coscienza

Servizio Civile e Obbiettore di Coscienza

La Consulta di Bioetica Onlus, spinta dai preoccupatanti dati che mostrano una sanità sempre più costituita da obiettori di coscienza, dal 1° giugno ha intrapreso una nuova campagna a favore dell’abrogazione dell’articolo 9 della legge 194:il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza per l’interruzione di gravidanza rappresenta una violazione gravissima e ormai ingiustificata del diritto fondamentale alla salute e all’autodeterminazione delle donne”.

Per quanto il tema sia spinoso, le argomentazioni proposte dai vari fronti non riguardano oggi tanto lo statuto del feto (se esso sia o no “persona”) quanto, piuttosto, mirano a presentarci la questione come una sorta d’inconciliabile conflitto tra i diritti delle donne e i diritti dei medici. “Dobbiamo scegliere se vogliamo tutelare l’autonomia del professionista sanitario oppure schierarci dalla parte delle donne e della loro battaglia in difesa della libertà e i diritti minacciati”. Ma si tratta davvero di operare una scelta tra due valori opposti e contrastanti?

Di certo la nozione di obiezione, e la sua complessità concettuale, non aiutano la trasparenza del dibattito; e, come spesso accade, è proprio nella confusione concettuale e linguistica che posizioni più o meno ragionevoli e strumentalizzazioni di vario genere s’insinuano e prendono piede.

La prima fonte di confusione è proprio la sua “definizione”. Dal verbo latino obiicere, intensivo di obiectare, come tutti i composti (ob + iacio: “porre davanti a”, “porre nell’interesse di”, ma anche “porre contro”) ben si presta a tutta una serie di funamboliche interpretazioni semantiche volte ad argomentare le più disparate posizioni. Forse proprio a causa della polivalenza della particella “ob”, la teoria giuridica si è premurata di individuarla all’interno di una gamma di possibilità che vanno dall’obbedienza consenziente al gesto rivoluzionario, nel cui mezzo si collocano l’obbedienza formale, l’evasione occulta, l’obbedienza passiva e, confinante con la resistenza attiva, l’obiezione di coscienza appunto. Lungi dall’essere solo un gesto descrittivo che prende atto dei possibili atteggiamenti del cittadino verso la legge, ciò che questa classificazione opera è una vera e propria delimitazione (e dunque definizione) dell’obiezione di coscienza,  rintracciandola nel principio illuministico per il quale si può contestare la legge ma, sempre, in nome della legge.

Al limite del sovversivo, e qui la difficoltà, l’obiezione di coscienza nasce allora per riportare all’intero della legalità quello scarto tra la legge ed il sentire individuale. Così indiduata, essa non è una forma di contestazione o resistenza alla legge, non va cioè direttamente ad incidere sulla legittimità della legge in questione, ma si limita a porne in questione la moralità. Ne consegue che ogni strumentalizzazione sovversiva atta a ostacolare l’applicazione concreta della legge esula dalla nozione di obiezione, e quindi anche dalla tutela fornita dalla legge 194. Diversa dalla disobbedienza civile, l’obiezione di coscienza apre al ripensamento, non alla rivoluzione.

Vi sono poi due ulteriori equivoci che caratterizzano il dibattito pubblico. “Chi nega il diritto all’obiezione di coscienza in sanità non intende negare il valore dell’autonomia personale ma è impegnato nella difesa dei diritti civili fondamentali. Il diritto all’obiezione di coscienza poteva avere un senso quando la legge 194 è stata approvata perché andava a incidere sulla vita di quelle persone che avevano scelto di fare il medico quando l’interruzione di gravidanza non era permessa. Oggi non c’è più bisogno di riconoscere un diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione non coinvolta in questa pratica”.

Questa dichiarazione della Consulta, sebbene a prima vista ragionevole, fa parte di quella serie di argomentazioni volte a presentare in termini oppositivi i diritti dei medici e quelli delle donne, come se limitare la libertà dei primi (sia nella scelta della professione che della morale) fosse sostanzialmente differente dal limitare la libertà di scelta nella procreazione. Al di là dell’efficacia persuasiva che una simile contrapposizione produce, tanto il diritto all’IVG quanto il diritto all’obiezione di coscienza (o quello per un “buon cristiano” di scegliere la specializzazione ginecologica), sono espressione di una medesima libertà di autodeterminazione. Presentati come confliggenti, fuor di retorica il diritto delle donne e quello dei medici non possono che comporsi nelle due facce della stessa medaglia: il diritto alla libertà di coscienza.

Individuata allora l’obiezione come l’“offrire alla considerazione di (porre davanti a) qualcuno qualcosa che ha una sua oggettiva consistenza”, è sulla natura di questo “qualcosa” che si crea poi quella seconda dicotomia, tanto cara ai dibattiti odierni, tra un’obiezione civile e un’obiezione religiosa: la prima che in chiave razionalistica tenta di definire una dignità del soggetto tutta umana, l’altra che la rintraccia ponendo il divino al principio dell’umano. Anche qui, per come proposta, la distinzione è più argomentativa che sostanziale; sebbene infatti una si pensi come il riflesso dalla coscienza e l’altra dalla morale, la differenziazione non è pertinente se non allo scopo di conferire maggior dignità all’una piuttosto che all’altra.

Citando Giovanni Paolo II (Evangelium Vitae), “rifiutarsi di partecipare a commettere – quella che si ritiene essere – un’ingiustizia è un diritto umano basilare”, e che tale percezione proceda dalla coscienza o dalla morale nulla cambia. Se esiste una libertà di coscienza, la legge non può non prevedere l’obiezione: la possibilità cioè di un dissenso legittimo che permetta di opporre nella legalità il proprio sentire in quanto giusto (indipendentemente da ciò su cui si fonda) alla determinazione operata dalla maggioranza.

In conclusione, facile è che gli animi di incendino quando si tocca la questione dell’aborto, ed altrettanto veloce è cadere in posizioni determinate dalla propria appartenenza ad uno dei tanti schieramenti, laici o religiosi che siano. Ma, seppur siano auspicabili modifiche legislative atte ad evitare che l’obiezione si trasformi in una negazione del diritto all’IVG, chi vorrebbe un mondo in cui non si possa dire liberamente, parafrasando Hanna Arendt, “in coscienza, non posso”? La libertà di coscienza dovrebbe sempre venire prima, anche e soprattutto quando risulta scomoda.

Selene Parigi

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