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4 giugno 2012

Riforma del lavoro. Utile per fare cassa

La riforma del lavoro approda in Senato. Ai 4 maxiemendamenti, sui quali i senatori si sono espressi con voto di fiducia, pochi i voti contrari. Dunque dopo il passaggio alla Camera dei Deputati un capitolo lungo e molto discusso di questo governo Monti potrebbe trovare il definitivo via libera.

Artefice dell’intero impianto, che è bene ricordare più volte modificato soprattutto grazie al lavoro svolto dal PD e dai sindacati (in primis La CGIL), il ministro Elsa Fornero. Si proprio quella che in diretta TV pianse di commozione dopo aver annunciato la riforma delle pensioni. Lacrime di coccodrillo molti pensarono e solo il futuro sarà capace di smentirli.

La riforma, almeno nell’attuale impianto, dovrebbe radicalmente cambiare il sistema degli ammortizzatori sociali e proporre nel nuovo articolato una diversa disciplina dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Inoltre si aspetta una diversa e più estensiva modalità di reddito per chi perde il lavoro anche nei casi, ormai maggioritari, di titolari di contratti atipici.

Non è compito nostro dare un giudizio di merito, ma una riflessione va comunque fatta.

E la riflessione è legata alla necessità di proporre questa riforma. La necessità a dire il vero la esplicita direttamente il ministro quando dalle pagine di Repubblica afferma che “il rigore non è finito e che la spesa sociale deve essere razionalizzata”.

Dunque senza dover far ricorso all’interpretazione del pensiero, cosa tra l’altro pericolosa e spesso demagogica, la riforma segue un iter logico, almeno secondo le volontà di questo esecutivo, che è quello di fare cassa e risparmiare.

Ed è davvero triste pensare che si limitino diritti, molti dei quali già acquisiti (vedi riforma delle pensioni e il caso degli esodati), solo perché c’è una necessità di fare cassa. Ed è strano pensare ad uno Stato sovrano costretto a sacrificare il reddito dei suoi cittadini perché ormai incapace di gestire in autonomia politiche economiche e monetarie autonome.

E’ l’Europa che ce lo chiede. Ma davvero noi abbiamo bisogno di un’Europa che mette al centro della sua politica il rigore e il pareggio di bilancio e non, come invece dovrebbe essere naturale, la persona?

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